Disturbi gastrointestinali ricorrenti, cefalee, insonnia, ansia e dolori cronici possono essere la diretta conseguenza di esperienze traumatiche e tensioni familiari. La Società Italiana Medicina Generale, SIMG, lancia con Malesci un progetto per individuare il disagio sommerso
La violenza di genere è un fenomeno trasversale e spesso, inizialmente, si può esprimere sotto traccia. Molte donne a volte preferiscono tacere piccoli segnali o episodi sporadici, faticano a trovare le parole per raccontare ciò che accade nella loro vita privata. Eppure, il corpo parla. Lo può fare attraverso sintomi ricorrenti, disturbi apparentemente aspecifici, segnali che possono emergere nella quotidianità dello studio del medico di famiglia. In un sistema sanitario che punta sempre più sulla prevenzione e sulla prossimità, riconoscere certi segnali di disagio subliminale diventa un atto di cura fondamentale. È in questo scenario che nasce il nuovo progetto formativo della Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SIMG, volto a identificare i disturbi gastrointestinali e altri sintomi ricorrenti come possibili red flag, segni patognomonici di una violenza o di un trauma.
Dolori gastrointestinali ricorrenti, cefalee, insonnia, dolori cronici, ansia o depressione sono sintomi comuni nella routine del medico di famiglia. Ma in alcuni casi possono rappresentare molto più di un disturbo funzionale: possono essere l’espressione di un trauma, il segnale nascosto di una tensione che viene a galla in modo indiretto. È noto infatti che molte forme di disagio emotivo si manifestano attraverso disturbi psicosomatici, e che l’intestino è uno dei primi organi a somatizzare tensioni, paure e prepotenze subite, trasformando lo stress psicologico in sintomi fisici persistenti. Da questa consapevolezza nasce il nuovo progetto formativo a distanza “I disturbi gastrointestinali come red flag nella violenza di genere”, presentato a Firenze presso la Scuola di Alta Formazione SIMG.
Lo studio dei medici di medicina generale assume in certi casi una funzione sentinella. “Il medico di famiglia è spesso il primo professionista a cui il paziente, il più delle volte una donna, si rivolge, anche quando non parla direttamente della violenza subita”, sottolinea Ignazio Grattagliano, Vicepresidente SIMG. “Disturbi gastrointestinali, cefalee, insonnia, dolori cronici, ansia o depressione possono essere la porta d’ingresso di un disagio più profondo. Il nostro compito non è sostituirci alla rete antiviolenza, ma imparare a riconoscere segnali clinici e relazionali che possono rimanere invisibili, creando le condizioni per un ascolto protetto e non giudicante”.
Il progetto SIMG nasce da un dato di fatto: la necessità di promuovere una formazione sistematica per i medici di famiglia sul tema della violenza di genere. I sintomi aspecifici possono essere trattati solo sul piano clinico, senza che venga colto il loro significato più profondo. Accanto ai disturbi fisici, infatti, possono emergere indicatori relazionali e sociali come isolamento, assenze ingiustificate, partner eccessivamente presente alle visite o lesioni con spiegazioni incoerenti.
“La formazione è il passaggio decisivo”, ha evidenziato Francesca Guerra, responsabile scientifico del corso e delegata SIMG Firenze. “La violenza di genere può non arrivare in ambulatorio con una richiesta esplicita di aiuto e il medico deve essere preparato a decodificare sintomi aspecifici come possibili segnali di allarme. Servono strumenti pratici e formazione mirata affinché il medico possa agire come mediatore di salute e sicurezza, garantendo un percorso protetto e non stigmatizzante”.

Il progetto della Simg punta a rafforzare le competenze del medico su tre assi principali: identificazione dei segnali d’allarme, comunicazione corretta e trauma‑informed, costruzione di un percorso di aiuto sicuro. L’obiettivo non è medicalizzare la violenza né trasformare il medico in uno specialista della presa in carico psicologica o giudiziaria, ma dotarlo di strumenti concreti per riconoscere, ascoltare e orientare. La proposta formativa prevede l’uso di strumenti di screening, modalità comunicative non giudicanti e un diagramma operativo che accompagna il medico dalla valutazione del sospetto al contatto con la rete antiviolenza. “La medicina generale ha una responsabilità particolare perché conosce la persona nel tempo, la sua storia, la sua famiglia, il suo contesto”, sottolinea il professore Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG. “Di fronte a sintomi ricorrenti e apparentemente rimossi, il medico deve poter leggere non solo l’organo o il disturbo, ma la persona nella sua interezza. Questo progetto nasce per rafforzare una competenza fondamentale: riconoscere quando dietro un sintomo può esserci una sofferenza più profonda”. Alla presentazione del corso, realizzato con il supporto non condizionante di Malesci, ha preso parte anche Teresa Bruno, psicologa e Presidente del Centro Antiviolenza Artemisia. “Siamo lieti di sostenere questa preziosa opportunità formativa rivolta ai medici di tutta Italia”, ha dichiarato Paolo Colleoni, General Manager di Malesci. “Si conferma così un’attenzione particolare verso le categorie più fragili, fra cui le donne colpite da violenza di genere e i minori vittime di abusi e maltrattamenti”. L’iniziativa della SIMG rappresenta un passo avanti nella costruzione di una medicina generale più attenta, preparata e capace di intercettare il disagio sommerso. Una medicina che non si limita a curare i sintomi, ma che riconosce la persona nella sua complessità, offrendo ascolto, protezione e orientamento verso percorsi di aiuto sicuri.




