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Alzheimer, che fare. La guida dei neurologi per l’accesso ai nuovissimi farmaci anti-amiloide

Occorre riconoscere il rischio di insorgenza della demenza al suo esordio. La SIN lancia un piano multidisciplinare per rendere accessibili le terapie: criteri clinici, biomarcatori e rete dei CDCD



La malattia di Alzheimer, che in Italia colpisce circa 600.000 persone, è da decenni una delle sfide più complesse per la medicina moderna. Dopo anni di trattamenti sintomatici e approcci palliativi, la comunità scientifica si prepara all’arrivo dei primi farmaci realmente efficaci, come lecanemab e donanemab. Si aprono nuove prospettive terapeutiche per i pazienti nelle fasi iniziali della malattia. Ma l’introduzione di queste terapie richiede un sistema sanitario pronto, strutturato e capace di garantire equità di accesso.

È in questo contesto che nasce l’EPA – Expert Panel on Alzheimer’s Disease, il nuovo documento elaborato dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) in collaborazione con numerose società scientifiche italiane. L’obiettivo è chiaro: definire criteri, percorsi e strumenti per l’applicazione clinica delle terapie anti-amiloide nel Servizio Sanitario Nazionale.

“L’EPA è un’iniziativa che la SIN ha fortemente voluto per costruire un linguaggio comune e un percorso condiviso tra tutte le discipline coinvolte nella gestione della malattia di Alzheimer,” spiega il Professor Alessandro Padovani, Presidente uscente della SIN. “Abbiamo ritenuto necessario riunire tutte le competenze per definire in modo chiaro chi potrà accedere alle nuove terapie, come diagnosticare precocemente la malattia e come monitorare i pazienti nel tempo. È un lavoro che mira a rendere accessibili queste opportunità terapeutiche in modo equo su tutto il territorio nazionale.”

Il documento EPA è il frutto di un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto esperti in neurologia, geriatria, neuroradiologia, biochimica clinica e medicina nucleare, con il contributo diretto di società scientifiche come la Società Italiana di Medicina Nucleare, la Società Italiana di Radiologia Medica, la Società Italiana di Biochimica Clinica, la Società Italiana di Geriatria e Gerontologia e la Società Italiana di Psicogeriatria.

Il cuore del documento è la definizione dei criteri clinici per la selezione dei pazienti. Le terapie anti-amiloide non sono indicate per tutti, ma solo per coloro che presentano decadimento cognitivo o demenza lieve dovuta alla malattia di Alzheimer. L’EPA stabilisce con precisione le condizioni per l’accesso, evitando trattamenti inappropriati e garantendo la sicurezza dei pazienti.

Ampio spazio è dedicato alla diagnosi precoce e appropriata. L’obiettivo è semplificare il percorso diagnostico, evitando esami invasivi o costosi quando non necessari. In questo senso, l’EPA promuove l’impiego dei biomarcatori plasmatici come valida alternativa ai marcatori liquorali e alle indagini PET. In collaborazione con SIBioC – Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica – sono in corso la validazione dei parametri biochimici, la definizione dei cut-off e la standardizzazione dei protocolli.

Fondamentale anche il contributo della radiologia e della medicina nucleare, che hanno definito nel documento le tipologie di risonanza magnetica e di indagine PET più appropriate per identificare i pazienti idonei e ridurre il rischio di effetti collaterali, come le ARIA (Amyloid Related Imaging Abnormalities), associate ai nuovi farmaci.

Con la Società Italiana di Geriatria, l’EPA ha lavorato alla definizione dei criteri clinici per riconoscere le persone fragili, pre-fragili o complesse, che potrebbero non essere candidati ideali per questi trattamenti. Un passaggio cruciale per evitare sovra-trattamenti e garantire una medicina realmente personalizzata.

Particolare attenzione è rivolta all’equità di accesso. Il documento prevede il rafforzamento della rete dei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD), che avranno un ruolo centrale nella selezione e nel monitoraggio dei pazienti. L’obiettivo è assicurare uniformità di trattamento su tutto il territorio nazionale, superando le disuguaglianze regionali e costruendo un ecosistema sanitario pronto ad accogliere le nuove terapie.

“Oggi stiamo gettando le fondamenta di un percorso che cambierà radicalmente la gestione dell’Alzheimer in Italia,” sottolinea Padovani. “Serve tempo per costruire un sistema pronto, efficiente e uniforme, ma l’obiettivo è chiaro: intercettare precocemente i pazienti che possono beneficiare di queste terapie e garantire loro un accesso equo e sicuro, ovunque si trovino.”

Il progetto EPA non riguarda solo neurologi e geriatri, ma coinvolge l’intero percorso di cura: infermieri, psicologi, neuropsicologi e tutti gli operatori dei CDCD. Le società scientifiche coinvolte stanno già elaborando documenti attuativi che definiranno in modo puntuale i protocolli diagnostici e terapeutici, dai dosaggi plasmatici alle procedure di imaging.

Si tratta di un passo decisivo verso un upgrading strutturale e culturale del sistema sanitario nella gestione della malattia di Alzheimer. Un cambiamento epocale, che mette al centro la persona, la precisione clinica e la sostenibilità organizzativa. La sfida è aperta, e l’Italia si prepara a raccoglierla con competenza, visione e responsabilità.

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