Giovani incapaci di gestire patrimoni di famiglia, acquisti compulsivi, coppie che vivono con la pensione dei nonni. Un viaggio tra psicologia, pedagogia e fragilità socioeconomiche
Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, per antica tradizione, milioni di bambini appendono una calza sul camino o alla finestra, aspettando i doni della befana che poi troveranno al mattino. È un rito antico, che parla di attesa, di aspettative e di sorpresa. Un gesto che, nella sua semplicità, contiene una metafora potente: ciò che riceviamo senza vederne l’origine, senza comprendere il valore del sacrificio, rischia di essere consumato senza gratitudine. La befana porta doni che, proprio come certe eredità, si intende recapitare nelle mani di bimbi buoni in trepidante attesa, mentre ai monelli consegnerà carbone: viene a galla il tema del lascito, ma anche quello della meritocrazia e dell’educazione al valore delle cose.
In un’epoca in cui il denaro sembra scivolare via dalle mani più velocemente di quanto si riesca a guadagnarlo, emerge una contraddizione che attraversa classi e generazioni: vediamo da un lato rampolli che ereditano patrimoni importanti ma finiscono per dissiparli per inesperienza, dall’altro adolescenti intraprendenti e visionari, ai quali è stato insegnato il valore dei soldi, che con disciplina e tenacia, come si è visto nella fiction televisiva sulla biografia di Ennio Doris, il fondatore di Banca Mediolanum, costruiscono fortune solide a beneficio dell’intera collettività. Esiste poi una terza categoria sempre più numerosa di questi tempi: il “working poor” anglosassone, i runner e le giovani coppie che, pur lavorando da mattina a sera, non riescono a mettere da parte abbastanza per comprare una casa o garantire stabilità economica ai figli.
Come ricorda Beth Kobliner, economista statunitense, autrice di bestseller sull’educazione finanziaria e moglie del miliardario informatico David Elliot Shaw, “i bambini iniziano a formare le loro idee sul denaro molto prima di quanto i genitori immaginino”. Un concetto che trova eco nelle parole della psicologa italiana Anna Oliverio Ferraris, che da anni sottolinea come “i bambini debbano imparare presto che non tutto è immediatamente disponibile, e che la capacità di attendere e scegliere è parte fondamentale della crescita”. Con la sua proverbiale chiarezza, il pedagogista statunitense Alfie Kohn ricorda che “non si cresce davvero finché non si impara a fare a meno dell’immediato”. Una frase che sembra scritta apposta per questa notte di attese e calze appese, e che riassume perfettamente il cuore del problema: senza educazione al limite, al tempo, alla responsabilità, il dono diventa consumo, e l’eredità si trasforma in sabbia tra le dita. Se questo processo educativo viene meno, il risultato può essere una generazione di giovani adulti che non ha sviluppato alcun rapporto concreto con il valore del denaro, né con la fatica necessaria per guadagnarlo. È un tema che riguarda non solo l’infanzia, ma anche la capacità — o incapacità — di gestire un’eredità, un patrimonio o semplicemente un bilancio familiare.
L’economia domestica, ovvero far quadrare i conti, materia talvolta data per scontata delle famiglie benestanti e invece centrale in quelle che devono destreggiarsi con risorse limitate, diventa un tema cruciale. Capire come insegnare ai bambini il valore dei soldi è una delle chiavi per prevenire quella fragilità economica che, in età adulta, può trasformarsi in dipendenza, spreco o incapacità di gestire il conto corrente. È un tema che riguarda non solo il futuro dei singoli individui, ma la tenuta economica delle famiglie, requisiti alla base della civile convivenza, in una società che si era abituata a un welfare generoso negli anni del boom economico, dove sembrava che tutto fosse possibile, a portata di mano, mentre oggi scopriamo che abbiamo vissuto di rendita e che il debito pubblico va restituito ai creditori, mentre i bilanci del Servizio sanitario nazionale e i meccanismi delle pensioni dell’Inps devono risultare sostenibili. Si è arrivati addirittura a ipotizzare una “sindrome della rendita decadente” o dell’eredità smarrita per strada, un fenomeno che si osserva in quelle società afflitte dal calo demografico, abituate al benessere e al consumismo, ora incapaci di tirare la cinghia e fare il passo secondo la gamba. Il problema non è la ricchezza in sé: quando il denaro arrivava senza sforzo, non veniva percepito come un mezzo, ma come un elemento connaturato all’esistenza. E ciò che viene percepito come naturale, come fonte inesauribile, si consuma e prima o poi finisce.
Un salvadanaio come dono
Gli psicologi clinici che lavorano con giovani adulti afflitti da comportamenti compulsivi parlano di una forma strisciante di “analfabetismo economico emotivo”, una condizione in cui il denaro non è collegato a scelte, rinunce, pianificazione. Chi cresce senza vedere i genitori fare i conti con un budget, rinunciare a un acquisto o valutare un investimento, sviluppa un rapporto falsato con il valore delle cose. Quando la rendita finisce, il crollo psicologico è inevitabile. Anche la neuropsichiatria infantile, quando indaga i meccanismi della gratificazione, sottolinea come durante l’adolescenza si possa alterare la percezione della ricompensa. Il cervello si abitua a ottenere ciò che desidera senza lottare. Quando la realtà cambia, i giovani meno attrezzati devono imparare a tollerare la frustrazione e costruire strategie di adattamento. Il risultato è una generazione che, pur partendo da una rendita di posizione, si scopre in bolletta. Patrimoni evaporati in pochi anni, talvolta in pochi mesi, in un vortice di spese improvvisate, investimenti sbagliati, acquisti compulsivi. “Non si sa bene come”, dicono i parenti. Ma la risposta è chiara: inesperienza, difficoltà a gestire il denaro. Una volta si usava regalare un salvadanaio ai bambini, per insegnare i fondamentali.
Chi parte dal basso e costruisce ricchezza
La gente si chiede: come fanno le famiglie di immigrati a crescere tanti figli e riuscire a sbarcare il lunario? E i giovani fidanzati che rimandano la data del matrimonio per via delle spese? E come faranno i loro bambini a crescere nei miniappartamenti ormai ridotti a monolocali? Chi cresce nella ristrettezza di risorse, spiegano gli esperti, sviluppa sensibilità verso il denaro, una sorta di “memoria della scarsità” che diventa motore di disciplina e creatività. Molti imprenditori self-made hanno imparato a risparmiare prima ancora di guadagnare. Hanno costruito imprese che non solo hanno generato ricchezza personale, ma hanno prodotto benessere per dipendenti e comunità. Non è una questione morale, ma educativa: chi parte dal basso impara presto che il denaro è un mezzo fragile, che va protetto e coltivato come un orto.
Le coppie schiacciate dal costo della vita
In mezzo ai due estremi, c’è una fascia sociale sempre più ampia: le giovani coppie che, pur lavorando, faticano ad arrivare a fine mese. Gli stipendi dei lavoratori dipendenti hanno perso potere d’acquisto, si sa, mentre i prezzi delle case sono cresciuti molto più rapidamente dei salari. Il risultato è che molti trentenni e quarantenni riescono a comprare casa solo chiedendo un sostanziale contributo dei genitori o dei nonni, quando va bene. In molti casi, i bilanci familiari fanno affidamento sulla pensione degli anziani, che diventa una sorta di ammortizzatore sociale informale. Senza quel sostegno, molte coppie fanno fatica a pagare mutui, affitti, rette scolastiche o spese impreviste. È una dipendenza intergenerazionale che, paradossalmente, riproduce proprio quella fragilità economica che poi esplode quando la generazione più anziana scompare.
Sting, Gates, Buffett: la ricchezza come responsabilità
In questo scenario, le scelte di alcune figure di spicco della cultura e dell’economia globale assumono un significato particolare. Sting, lo storico leader dei Police, ha dichiarato più volte di non voler lasciare un’eredità ingente ai suoi sei figli. Non per cattiveria, ma per amore educativo. “Non vogliamo rubare loro il gusto dell’avventura della vita”, hanno argomentato Sting e la moglie Trudie in varie interviste concesse durante le vacanze in Italia, nella tenuta sulle colline del Chianti. I giovani devono trovare la loro strada, imparare il valore dei soldi, provare la soddisfazione di ottenere qualcosa che sia frutto proprio lavoro. L’artista inglese che duettava con Pavarotti, e che risiede sempre più stabilmente al Palagio, in Toscana, si dice pronto ad aiutare i figli in caso di necessità, certo, ma non vuole che campino di rendita. La sua filosofia si allinea con quella di un magnate del calibro di Bill Gates e con la filosofia dell’imprenditore filantropo Warren Buffett, che hanno dichiarato pubblicamente di voler lasciare ai figli solo una piccola parte del loro patrimonio. Non perché siano tirchi, ma perché credono che avere la pappa pronta, come si usa dire, sia un ostacolo alla crescita personale. La ricchezza ereditata può diventare una trappola: meglio dare ai figli le competenze per costruire la loro vita, non un tesoro come una scatola chiusa.
Educare al denaro: una questione che inizia nell’infanzia
Molti pedagogisti concordano sul fatto che il valore del denaro si insegna presto, e si trasmette attraverso l’esperienza. Tra le voci più autorevoli c’è ancora Beth Kobliner, autrice del bestseller Make Your Kid a Money Genius (Even If You’re Not). In una delle sue interviste più note ha spiegato: “Se non sei tu a insegnare ai tuoi figli come funziona il denaro, lo impareranno comunque, ma forse lo capiranno nel modo sbagliato”. Kobliner insiste sull’importanza di far vedere ai bambini i costi reali delle cose, di dare una paghetta collegata a piccole responsabilità, di usare un salvadanaio per obiettivi concreti e di raccontare storie che mostrino la differenza tra bisogni e desideri.
In un mondo in cui il denaro può evaporare rapidamente, forse la lezione più preziosa è proprio questa: la ricchezza non è ciò che si possiede, ma ciò che si sa costruire e mantenere. E forse è arrivato il momento che anche la società nel suo complesso inizi a considerare il benessere non come un punto di partenza, ma come una responsabilità educativa, come conquista da difendere giorno dopo giorno. Il denaro, come la pace, non piove dal cielo.




