Dall’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza alle criticità su esenzioni, test oncologici, odontoiatria e governance: il presidente Tonino Aceti, in audizione alla Camera, indica le priorità per un sistema più giusto e sostenibile
La definizione dei diritti sanitari garantiti a tutti i cittadini rappresenta uno dei pilastri fondamentali dei sistemi sanitari moderni. I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) svolgono proprio questa funzione: stabiliscono quali prestazioni devono essere assicurate in modo uniforme sul territorio nazionale, indipendentemente dal reddito o dal luogo di residenza. In un contesto in cui la domanda di salute cresce, le tecnologie evolvono rapidamente e le disuguaglianze territoriali restano marcate, l’aggiornamento dei LEA diventa un passaggio cruciale per mantenere il Servizio sanitario nazionale allineato ai bisogni reali della popolazione. Tuttavia, la complessità del processo e la lentezza con cui viene portato avanti sollevano interrogativi sulla capacità del sistema di garantire equità e accesso effettivo alle cure.
È in questo scenario che si inserisce l’audizione di Tonino Aceti, presidente di Salutequità, alla Commissione Affari Sociali della Camera, dedicata allo schema di decreto che aggiorna i LEA a distanza di nove anni dall’ultima revisione. Un aggiornamento giudicato positivo, ma non privo di criticità che, secondo l’organizzazione, richiedono interventi urgenti e strutturali. Aceti ha aperto il suo intervento sottolineando che «l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, arrivato a distanza di nove anni, è un passaggio positivo per il Servizio sanitario nazionale, ma presenta criticità che dovrebbero essere affrontate e superate».
Uno dei primi nodi riguarda la trasparenza del processo decisionale. Durante l’audizione è emerso che al Ministero della Salute erano state presentate 370 proposte di integrazione, ma solo 91 sono state approvate. Un dato che inizialmente non risultava dalla relazione tecnica e che, secondo Aceti, è essenziale per valutare la qualità del percorso di selezione delle prestazioni. Accanto al tema procedurale, Salutequità ha evidenziato alcune incongruenze normative che rischiano di lasciare scoperte intere categorie di pazienti. La cefalea primaria cronica, riconosciuta come malattia sociale dalla legge 81/2020, non è stata inserita nei LEA con un codice di esenzione. Situazione analoga per molti pazienti con psoriasi severa a placche, ancora esclusi dal codice 045, e per chi convive con dermatite atopica, una patologia cronica ad alto impatto che continua a non rientrare tra le condizioni esenti.
Sul fronte oncologia, l’inserimento dei test diagnostici necessari per accedere ai nuovi farmaci è stato accolto positivamente, ma non senza riserve. Salutequità ha infatti segnalato un “corto circuito” strutturale: l’AIFA approva nuovi farmaci più rapidamente di quanto il SSN aggiorni il rimborso dei test necessari per utilizzarli. Una discrepanza che rischia di compromettere l’accesso effettivo alle terapie innovative.
Perplessità sono state espresse anche sulla previsione di un tetto di dieci sedute di terapia psicoeducazionale per i disturbi alimentari, un numero considerato insufficiente rispetto alla complessità clinica di queste condizioni. E tra i nodi strutturali, Aceti ha richiamato con forza il tema dell’odontoiatria, ancora oggi in larga parte esclusa dal perimetro del Servizio sanitario nazionale e quindi a carico delle famiglie. «È necessario avviare una riflessione seria sull’ampliamento dell’offerta pubblica, ricordando che l’igiene orale è parte integrante del diritto alla salute», ha affermato.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda l’attuazione concreta dei LEA. L’annullamento del Decreto tariffe da parte del TAR Lazio rischia infatti di mettere in discussione sia i LEA vigenti sia il nuovo aggiornamento, se entro settembre 2026 non verrà approvato un nuovo provvedimento. «È fondamentale garantire un coinvolgimento tempestivo delle Regioni», ha spiegato Aceti, sottolineando come queste non risultino ancora pienamente ingaggiate sul testo e sulle coperture finanziarie.
Proprio il tema delle coperture rappresenta un altro punto critico. L’impatto finanziario dell’aggiornamento LEA è stato calcolato sulla base di un decreto tariffe poi annullato, con il rischio che i costi reali non coincidano più con quelli stimati. «Quando le tariffe verranno ridefinite, i costi potrebbero non coincidere più con quelli riportati nella relazione tecnica», ha osservato il presidente di Salutequità, evidenziando possibili margini di contestazione.
L’organizzazione ha inoltre sollecitato una riforma del meccanismo di aggiornamento dei LEA, giudicato troppo lento e burocratico, non in linea con l’evoluzione dei bisogni dei cittadini e delle innovazioni tecnologiche e organizzative del SSN. La proposta avanzata è quella di istituire un’autorità stabile e indipendente, sul modello dell’AIFA, capace di garantire un aggiornamento continuo basato sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.
Infine, Aceti ha richiamato l’attenzione sull’applicazione disomogenea dei LEA sul territorio nazionale e sull’inadeguatezza del sistema di monitoraggio. A fronte di oltre 142 miliardi trasferiti alle Regioni per la sanità, il rispetto dei LEA viene valutato con appena 27 indicatori, ritenuti insufficienti e troppo rigidi. A ciò si aggiunge la mancanza di una metodologia robusta per calcolare il costo reale dei LEA e l’assenza di una cornice strategica aggiornata: l’ultimo Piano sanitario nazionale risale infatti al 2006.
«È indispensabile rivedere anche i criteri di riparto del Fondo sanitario e superare il rimborso a prestazione, puntando invece sul finanziamento dei percorsi diagnostico‑terapeutico‑assistenziali e sugli esiti di salute», ha concluso Aceti, indicando la strada per una presa in carico più efficace dei pazienti cronici e dei malati rari.
L’audizione alla Camera dei deputati, in Commissione, ha così messo in luce un quadro articolato: un aggiornamento dei LEA atteso e necessario, ma che richiede interventi mirati per garantire equità, sostenibilità e reale accessibilità delle cure in tutte le Regioni. Una sfida che riguarda l’intero sistema sanitario e che chiama in causa responsabilità istituzionali, capacità programmatoria e una visione di lungo periodo.




