L’influenza continua a picchiare duro in molte regioni con alcuni cluster di polmoniti che si sono registrate soprattutto in Campania e Sicilia con quadri clinici complicati da sovrainfezioni batteriche in pazienti per l’’80 per cento non vaccinati contro lo pneumococco e sporadicamente infezioni da Legionella probabilmente causate dall’uso di condizionatori ad aria calda e pompe di calore non adeguatamente manutenuti. Comunque tutte forme che si sono tradotte in brutte polmoniti trattate a decine di migliaia a domicilio, dalla rete dei medici di base ma in numero importante anche in ospedale, nelle unità di Pronto soccorso, di Medicina di urgenza e nei reparti di degenza ordinaria in Medicina interna. Sotto stress nelle regioni del Sud finite in zona rossa ma anche in quelle a media intensità epidemica come veneto, Emilia, Toscana, Piemonte, c’è stato un discreto impegno della rete ospedaliera e delle prime linee della maggior parte dei presidi delle Aziende sanitarie territoriali. Impegno che ha investito in pieno anche gli studi dei medici di famiglia e dei pediatri di base chiamati a fare filtro agli accessi impropri nei pronto soccorso. In alcune aree urbane poi, come a Salerno, per fronteggiare l’ondata di piena degli afflussi , sono stati sospesi i ricoveri programmabili.
Uno scenario che ripropone l’urgenza di rivedere l’assetto delle cure di prossimità, concepite dal Dm 77 del 2022 e fondate sulle Case e gli ospedali di comunità finanziati dal Pnrr ma per ora privi di personale dedicato. Su questo fronte la medicina generale si dice pronta a funzionare come “Spoke” della sanità di prossimità ma attende scelte politiche per mettere a sistema i modelli virtuosi già esistenti.
“La rete capillare degli studi di medicina generale è già oggi lo snodo di prossimità più vicino ai cittadini e può rappresentare il vero “Spoke” del territorio – spiega la Fimmg il princpale sindacato di categoria – rispetto alle Case della Comunità previste dal PNRR e dal DM 77/2022.
«La medicina generale non è un “cantiere da aprire” – avverte Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg – ma un’infrastruttura già operativa, presente in ogni area del Paese, che può rendere concreta la riforma dell’assistenza territoriale». «La politica ha davanti un’opportunità unica – aggiunge – fare in modo che l’integrazione tra AFT e Case della Comunità diventi un sistema stabile e misurabile, non una sommatoria di sperimentazioni ma per riuscirci bisogna valorizzare il ruolo del medico di famiglia come regista della presa in carico e riconoscere lo Spoke della medicina generale come perno della prossimità». Il riferimento di Scotti è chiaro: si parla di servizi, prevenzione, cronicità e risposta ai bisogni non differibili che devono vivere dove i cittadini già trovano il Servizio sanitario nazionale ogni giorno.
«Come ben illustrato nelle pagine de Il Sole 24 Ore, individuando tre realtà di Spoke ad Alba, Fermo e Napoli, la realtà della medicina generale italiana offre già oggi modelli efficaci in tutta Italia con équipe organizzate, personale di supporto, attività condivise tra più medici, diagnostica di primo livello (come ECG, spirometria, prelievi, ecografia) e percorsi che alleggeriscono distretti e ospedali, riducendo il ricorso improprio e le attese».
Nel ragionamento del leader della Fimmg se l’obiettivo di Sanità pubblica perseguito è garantire davvero la prossimità e domiciliarità delle cure la scelta non è “se” usare la Medicina generale, ma come metterla nelle condizioni di funzionare meglio. Gli strumenti indicati sono meno burocrazia, più tempo di cura, integrazione con infermieri e professionisti sanitari delle professioni, strumenti digitali interoperabili e percorsi condivisi con il distretto, «La direzione deve essere quella di fissare in modo netto caratteristiche e funzioni dello Spoke della medicina generale e il suo rapporto con gli Hub, evitando che l’attuazione resti a macchia di leopardo».
Per rendere insomma davvero operativa la riforma sul territorio alcune scelte vanno messe subito a sistema. La prima è chiarire, senza ambiguità, cosa significa “Spoke” della medicina generale: non un’etichetta, ma un modello organizzativo dentro le AFT con standard minimi, funzioni definite e servizi concreti, in modo che la risposta al cittadino non dipenda dal codice di avviamento postale. Da qui discende la seconda priorità: l’integrazione reale con le Case della Comunità (Hub) e con gli Ospedali di Comunità. Serve una rete che lavori per percorsi, con responsabilità chiare e passaggi fluidi, dove il medico di famiglia non viene semplicemente “collegato” alla struttura, ma è parte del meccanismo di presa in carico, dall’inquadramento iniziale al follow-up, evitando rimbalzi e duplicazioni. Terzo punto, decisivo: i team: «Se vogliamo più prossimità e continuità – conclude Scotti – bisogna creare le condizioni per liberare tempo clinico. Questo significa personale di supporto amministrativo e infermieristico e un lavoro multiprofessionale stabile che permetta alla Medicina generale di fare quello che i cittadini chiedono: seguire le cronicità, intercettare precocemente i problemi, gestire i bisogni non differibili, orientare correttamente nel sistema». La leva tecnologica? Telemedicina e strumenti digitali devono – secondo la platea dei camici bianchi convenzionati “essere interoperabili e davvero utilizzabili nella pratica quotidiana. Non piattaforme “a progetto”, ma strumenti integrati che consentano condivisione dei dati, monitoraggi semplici, continuità assistenziale e comunicazione strutturata con distretti e specialistica. Senza questo, ogni modello rischia di restare sulla carta o di funzionare solo in poche realtà.




