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Tonnellate di plastica nello stomaco, l’indigestione che soffoca il pianeta

Lancet lancia un progetto globale (“Countdown on Health and Plastics”) per monitorare gli effetti dei polimeri sull’organismo umano


Consumiamo quantità industriali di prodotti alimentari acquistati dalla grande distribuzione, confezionati utilizzando polimeri che ne garantiscono freschezza e igiene, e alla fine, come sappiamo bene, riempiamo i cassonetti dell’immondizia all’inverosimile. Ora la natura presenta il conto. Milioni di tonnellate di invisibili frammenti di plastica si diffondono nei mari e nell’ambiente, entrano nella catena alimentare, invadono tessuti, organi e apparati. Non è fantascienza ma realtà documentata. Si stima che oltre otto miliardi di tonnellate di rifiuti plastici siano ormai diffusi a galleggio nel pianeta e i loro effetti sulla salute umana sono una questione da prendere in seria considerazione. A lanciare l’allarme è un team internazionale di scienziati, che attraverso la prestigiosa rivista Lancet ha lanciato un progetto ambizioso: misurare in modo sistematico l’impatto delle plastiche sui sistemi sanitari e sull’organismo umano.

Per questo progetto è stato coniato un titolo eloquente: Lancet Countdown on Health and Plastics. Dietro questa iniziativa c’è la collaborazione fra Boston College, Università di Heidelberg, Centre Scientifique de Monaco e la Minderoo Foundation australiana. Un’alleanza che mira a tracciare, entro il 2026, una mappa globale degli effetti sanitari legati ai polimeri e agli interferenti endocrini che mimano gli ormoni. “I frammenti microscopici di plastica possono entrare attraverso la catena alimentare, e in parte si introducono per le vie respiratorie. Questi frustoli delle dimensioni di pochi micron provocano malattie, morte e disabilità già oggi,” spiegano gli autori dello studio. “E questi danni sono destinati a peggiorare con il riscaldamento globale e l’impennata della produzione”. Se non si invertirà la rotta, il mondo potrebbe assistere a un triplicarsi della produzione plastica entro il 2060, un dato che inquieta: non solo per i volumi ma per ciò che la plastica rilascia dentro e fuori di noi.

Dal punto di vista economico, le cifre sono allarmanti. Secondo Lancet, le ripercussioni sul sistema sanitario associate alla pervasività dei frammenti di plastica ammontano a 1,5 trilioni di dollari annui, ovvero oltre mille miliardi di euro. Una cifra che non tiene conto solo dei costi diretti, ma anche dei danni sistemici: dall’inquinamento atmosferico causato dai rifiuti bruciati all’aperto (pratica diffusa in oltre metà del pianeta) fino alla proliferazione di vettori patogeni. “I rifiuti plastici,” sottolineano gli esperti, “possono influenzare la proliferazione di zanzare e microrganismi, contribuendo alla diffusione di malattie e persino alla resistenza antimicrobica”.

Ma il cuore del problema resta la trasparenza. Troppe le sostanze chimiche contenute nella plastica di cui ignoriamo la pervasività nei sistemi biologici. Troppe le zone d’ombra sui processi produttivi e sugli impatti a lungo termine. “Serve un approccio precauzionale,” avvertono i ricercatori. “Abbiamo trovato microplastiche nei fluidi e nei tessuti corporei umani. Non sappiamo ancora tutto, ma abbiamo raccolto prove sufficienti per agire”.

Nel mezzo di questa tempesta, il progetto Lancet promette di fare ordine. Il primo rapporto, atteso per metà 2026, sarà il frutto di indicatori epidemiologici, ambientali e clinici, ordinati su scala globale. L’obiettivo è quello di dare voce ai numeri e promuovere consapevolezza. Perché, conclude il team, “la crisi della plastica e l’emergenza climatica non possono essere affrontate separatamente. Sono le due facce della stessa ferita”.

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