Claudio Zanon, direttore scientifico di Motore Sanità, analizza le sfide che minacciano la competitività europea in oncologia e indica le strategie per non perdere terreno nella corsa globale all’innovazione
In un momento storico in cui l’oncologia è divenuta terreno di competizione globale e leva strategica per la ricerca scientifica, l’Europa si trova davanti al bivio. Tra investimenti insufficienti, frammentazione delle politiche nazionali e una crescente pressione da parte degli Stati Uniti e della Cina, il rischio di perdere terreno nella corsa all’innovazione è più concreto che mai. In questa intervista Claudio Zanon, direttore scientifico di Motore Sanità (foto sotto) analizza punti di forza e vulnerabilità: dalla necessità di una strategia unitaria alla fuga degli investimenti verso ecosistemi più attrattivi, dal ruolo cruciale del settore privato alla costruzione di nuove alleanze. Si delinea una lettura geopolitica, con un occhio di riguardo alle azioni necessarie per garantire all’Europa un futuro sostenibile e capace di assicurare ai pazienti oncologici accesso rapido all’innovazione. Un confronto che chiama in causa soprattutto i decisori politici, chiamati a scegliere se considerare la ricerca un costo o un investimento strategico per il domani.

Quali sono le insidie che l’Europa deve affrontare per non perdere terreno nel campo della ricerca biomedica?
“La principale minaccia è la crescente competizione globale. Stati Uniti e Cina stanno investendo in modo massiccio e coordinato nella ricerca biotecnologica e farmaceutica. In Europa, invece, la frammentazione delle politiche nazionali e la mancanza di una strategia unitaria penalizzano la capacità di competere a livello mondiale. Servono piattaforme di ricerca integrate, centri europei di eccellenza e un vero mercato unico della scienza, che consenta di mettere in rete competenze e risorse”.
L’attuale livello di investimenti pubblici in ricerca appare insufficiente per sostenere l’innovazione in oncologia. Che fare?
“È necessario un incremento strutturale e stabile dei finanziamenti pubblici, portandoli almeno al 2% del PIL, come già avviene in Paesi più competitivi. Non bastano progetti spot o fondi straordinari: occorre una programmazione pluriennale, con fondi dedicati all’oncologia traslazionale, alla ricerca clinica indipendente e all’infrastrutturazione digitale dei dati di ricerca. Investire in modo continuativo significa creare le condizioni per attrarre anche investimenti privati e internazionali”.
Molte aziende farmaceutiche stanno spostando i loro investimenti negli Stati Uniti. Quali sono le cause principali di questa tendenza?
“Gli Stati Uniti offrono una maggiore attrattività fiscale, processi regolatori più rapidi e accesso a capitali privati molto più consistenti. In Europa, invece, la burocrazia complessa e i tempi di approvazione lunghi riducono la competitività. Se vogliamo che le aziende investano qui, dobbiamo rendere il contesto prevedibile, semplificato e competitivo, sia dal punto di vista fiscale che normativo”.
Come valuta l’idea di defiscalizzare le attività di ricerca e sviluppo in Italia e in Europa?
“È una misura necessaria e urgente. Defiscalizzare in modo mirato le attività di R&S significherebbe rendere più attrattivo l’ecosistema europeo, trattenendo investimenti che oggi migrano altrove. Inoltre, va affiancata a crediti d’imposta e a fondi di cofinanziamento pubblico-privato, in modo da stimolare la creazione di poli di innovazione e start-up biotecnologiche”.
Quali strategie concrete potrebbero contrastare la “fuga” delle aziende farmaceutiche verso gli USA e lo strapotere della Cina?
“Servono incentivi fiscali, semplificazione delle procedure autorizzative e soprattutto una reale sinergia pubblico-privato. L’Europa deve promuovere partenariati di ricerca integrati, in cui università, ospedali e industria collaborano con regole chiare e tempi certi. È necessario anche un grande investimento nei talenti, per trattenere in Europa i migliori ricercatori e clinici”.
Il processo di “equalizzazione” dei prezzi dei farmaci negli Stati Uniti può avere ripercussioni sul mercato europeo?
“Sì, inevitabilmente. L’equalizzazione dei prezzi negli USA potrebbe spingere le aziende a riequilibrare i listini globali, con un potenziale aumento dei prezzi in Europa. Questo avrebbe ripercussioni sui bilanci dei sistemi sanitari pubblici e potrebbe limitare la disponibilità di alcune terapie innovative. Serve una politica europea del prezzo e del rimborso coordinata, che difenda la sostenibilità ma garantisca accesso rapido all’innovazione. Ricordiamo che la Cina ha da anni messo in atto un recupero dei propri talenti per lo più dagli USA e sono molti. Ad esempio NVIDIA ha metà dei dipendenti che sono cinesi o taiwanesi o asiatici. È previsto che tra 20 anni la Cina avrà un numero di laureati e lavoratori STEM uguale al resto del mondo”.
Quali sono i rischi per i sistemi sanitari europei se non si investe adeguatamente nella ricerca?
“Il rischio è duplice: da un lato perdere competitività e attrattività industriale, dall’altro aumentare i costi sanitari legati alle malattie croniche e degenerative. Senza innovazione, i sistemi sanitari saranno costretti a gestire in modo reattivo e costoso le patologie, invece di prevenirle o curarle in modo personalizzato. In oncologia, questo significherebbe ritardare l’accesso a terapie mirate e salvavita”.
Qual è il ruolo del settore privato nella promozione della ricerca in oncologia in Europa?
“Il settore privato ha un ruolo fondamentale e complementare rispetto al pubblico. Gli investimenti privati, se indirizzati con logiche etiche e collaborative, accelerano la traslazione della ricerca di base in innovazione terapeutica. L’obiettivo deve essere una alleanza strutturale pubblico-privato, con obiettivi condivisi e governance trasparente, per generare valore scientifico e sociale”.
Come si può incentivare una maggiore sinergia tra università, ospedali e industria farmaceutica?
“Occorre creare poli di innovazione integrata, dove ricerca accademica e industria coesistano, condividendo infrastrutture, biobanche e piattaforme digitali. Servono bandi congiunti, regole di co-proprietà dei risultati e un coordinamento nazionale che faciliti la collaborazione anziché complicarla. In Italia, il modello potrebbe essere quello delle Reti Oncologiche o degli Hub di ricerca biomedica regionale, già esistenti ma da potenziare”.
Quali sono le priorità per il prossimo decennio in ambito oncologico, dal punto di vista della ricerca?
“Le priorità sono chiare: personalizzazione delle terapie, medicina predittiva basata su biomarcatori e intelligenza artificiale e integrazione dei dati genomici e clinici. Parallelamente, bisogna investire in ricerca traslazionale e in nuove piattaforme di sperimentazione clinica adattiva, per rendere più rapido il passaggio dalla scoperta al letto del paziente”.
Crede che l’Europa abbia bisogno di una strategia unitaria per la ricerca scientifica?
“Assolutamente sì. Serve una visione comune e un sistema di governance europeo della ricerca, per evitare duplicazioni e dispersioni di risorse. Un approccio coordinato consentirebbe economie di scala, maggiore attrazione di talenti e una voce unica nei negoziati globali. In un mondo in cui la scienza è geopolitica, l’Europa deve agire come un unico attore, non come 27 piccoli sistemi separati”.
Che messaggio vorrebbe lanciare ai decisori politici?
“Il messaggio è semplice ma cruciale: investire oggi nella ricerca significa salvare vite domani. La ricerca non è un costo, ma una leva strategica per la salute, la crescita economica e la sovranità scientifica dell’Europa. Serve coraggio politico per fare dell’innovazione un pilastro stabile, non una variabile di bilancio”.




