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Capodanno, un bollettino di guerra con vittime, smog da fumi di petardi e città sotto assedio

Migliaia di feriti e ustionati, animali spaventati, un impatto atmosferico paragonabile alle polveri prodotte da 120 inceneritori: la notte di San Silvestro rivela il costo sanitario e sociale dei botti. Le statistiche della Società Italiana Medicina Ambientale

Nelle prime ore del nuovo anno l’Italia, come molte città europee, si risveglia in uno scenario che ricorda un teatro di conflitto più che una festa popolare. Le cronache raccontano di esplosioni incontrollate, incendi, feriti da armi da fuoco, quartieri trasformati in campi di battaglia, anche la fauna selvatica e gli animali domestici reagiscono con spavento e scappano lontano per paura. Il bilancio dei botti di Capodanno assomiglia sempre più a un bollettino di guerra, con ospedali sovraccarichi, cieli saturi di polveri sottili e strade disseminate di detriti. Nonostante divieti, campagne di sensibilizzazione e appelli delle autorità, il rituale pirotecnico continua a produrre danni enormi alla salute, all’ambiente e alla sicurezza pubblica, confermando la necessità di una riflessione più ampia su un’abitudine che appare sempre più anacronistica.

Secondo gli analisti della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) siamo di fronte a un vero e proprio bollettino di guerra con vittime, feriti e ustionati da petardi, fuochi d’artificio e proiettili vaganti esplosi nella notte di Capodanno. Un bilancio che fotografa la pericolosità di una tradizione che continua a mietere vittime, spesso giovanissime, nonostante gli appelli alla prudenza. Sul fronte ambientale, la situazione è altrettanto allarmante: nella sola notte di San Silvestro le polveri sottili raggiungono livelli abnormi, con valori medi su 24 ore quasi triplicati rispetto al limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo e picchi che arrivano a mille microgrammi per metro cubo nella prima ora dopo la mezzanotte, pari a un aumento del 1900 per cento rispetto ai valori massimi consentiti.

“Botti, petardi ed esplodenti, oltre alle polveri sottili, rilasciano in atmosfera parecchie diossine, ovvero sostanze potenzialmente cancerogene”, ricorda il presidente SIMA, Alessandro Miani. “Prendendo in esame una singola città di medie dimensioni, i fuochi d’artificio esplosi nella sola notte di Capodanno possono arrivare a produrre emissioni nocive pari a quelle delle attività annuali di 120 inceneritori di rifiuti. Le sostanze liberate in atmosfera possono inoltre ricadere al suolo sotto forma di pioggia acida, inquinando terreni, raccolti, laghi, fiumi e persino falde acquifere”. A questo si aggiunge l’ingente quantità di rifiuti prodotti, che ogni primo gennaio ricopre strade e piazze. Secondo le stime SIMA, tra tre e sei tonnellate di botti esplosi rimangono nelle città italiane, rifiuti difficili da differenziare perché composti in gran parte da cartone, plastica, legno o argilla e per il resto da polvere pirotecnica, una miscela di nitrato di potassio, zolfo, carbone e metalli pesanti come magnesio e rame.

Il bilancio non riguarda solo gli esseri umani. SIMA stima che nell’ultima notte dell’anno migliaia di animali domestici confinati nelle civili abitazioni vadano nel panico, mentre la fauna selvatica, disorientata, attraversa le strade di notte provocando incidenti stradali. Un risvolto drammatico e spesso ignorato, che si aggiunge al quadro già complesso della notte di San Silvestro.

Il dettaglio dei feriti e dei morti registrati dal 2012 al 2026 mostra un fenomeno che non accenna a diminuire. Nel 2026 si contano 283 feriti e un morto, nel 2025 i feriti sono stati 309, nel 2024 274 con un decesso, nel 2023 180, nel 2022 124, nel 2021 79 con un morto, nel 2020 204 con un morto, nel 2019 216, nel 2018 212, nel 2017 184, nel 2016 190, nel 2015 253, nel 2014 361, nel 2013 622 con due morti e nel 2012 595 con due morti. Numeri che confermano la persistenza di un problema strutturale.

Al pronto soccorso i medici registrano un campionario di traumi che si ripete con inquietante regolarità. Le ustioni rappresentano la casistica più frequente: petardi difettosi o manipolati in modo improprio provocano ustioni di primo, secondo e terzo grado, spesso al volto e alle mani. Le lesioni da scoppio possono causare danni cutanei estesi, lacerazioni profonde, perdita di tessuti e compromissione delle articolazioni. Non mancano le amputazioni traumatiche, con dita, falangi o intere porzioni della mano che vengono letteralmente strappate dall’esplosione. I chirurghi plastici e ortopedici raccontano ogni anno interventi complessi per tentare di salvare funzionalità compromesse.

Un capitolo a parte riguarda le lesioni oculari. Non solo petardi: anche i tappi di spumante rappresentano un pericolo sottovalutato. L’oculistica d’urgenza registra casi di distacco di retina, perforazione del bulbo oculare, emorragie interne e perdita permanente della vista. Un tappo può raggiungere velocità tali da provocare danni irreversibili, soprattutto se indirizzato accidentalmente verso il volto. A questi si aggiungono i traumi da caduta, spesso legati al panico generato dalle esplosioni, che coinvolgono soprattutto anziani e bambini, e le ferite da armi da fuoco, ancora presenti in alcune aree del Paese dove persiste l’abitudine di sparare colpi in aria, con proiettili vaganti che ricadono al suolo causando feriti e, in alcuni casi, decessi.

L’inalazione di fumi tossici rappresenta un ulteriore elemento di rischio. Le polveri e i gas sprigionate dai fuochi possono provocare crisi respiratorie, attacchi d’asma, irritazioni delle vie aeree e peggioramento delle condizioni nei soggetti fragili. Il quadro complessivo mostra come la notte di Capodanno sia, a tutti gli effetti, un concentrato di rischi sanitari, ambientali e sociali.

Alla luce dei dati, il rituale dei botti appare sempre più incompatibile con una società che vuole definirsi moderna, sostenibile e attenta alla salute pubblica. Ogni anno si ripete lo stesso copione, con un costo umano, ambientale ed economico che non può più essere ignorato. La domanda che emerge, inevitabile, è se sia ancora accettabile sacrificare sicurezza, salute e ambiente per un’abitudine che, numeri alla mano, somiglia più a un’emergenza che a una festa.

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