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I segreti dei centenari, come possiamo imitarli. Vivere a lungo sani e felici

Tra genetica, alimentazione e stile di vita, ecco cosa ci insegnano gli anziani che accarezzano il traguardo del secolo senza acciacchi. Le riflessioni del professor Silvio Garattini sulla longevità attiva

“Non esistono miracoli, esistono scelte quotidiane”, ripete spesso Silvio Garattini, 97 anni, ancora oggi straordinario, magro, energico e sempre informatissimo sulle ultime acquisizioni della ricerca scientifica. “Mangio poco, cammino molto, non fumo, non bevo alcol, e soprattutto continuo a lavorare: la mente, come il corpo, ha bisogno di esercizio”. Le sue parole, pronunciate di recente in un’intervista, risuonano come un manifesto della longevità possibile. E diventano la chiave di lettura perfetta per comprendere ciò che la scienza sta scoprendo studiando i centenari nel mondo: vivere a lungo non è solo questione di geni, ma di un equilibrio sottile tra eredità biologica e disciplina quotidiana.

Vivono più a lungo, ma soprattutto vivono meglio. I centenari – e ancor più i supercentenari, coloro che superano i 110 anni – rappresentano un enigma affascinante per la scienza. Le loro vite sembrano sfidare le statistiche, le malattie croniche e persino il tempo. Ma cosa rende possibile un’esistenza così lunga e sorprendentemente sana? La risposta, come confermano gli studi più recenti, è un intreccio complesso di genetica, ambiente, alimentazione e abitudini quotidiane. La storia di Maria Branyas Morera, che si è spenta in Catalogna alla veneranda età di 117 anni e 168 giorni, è diventata un caso emblematico. Infanzia a San Francisco, California, poi stabilitasi in Spagna, una volta superato il traguardo del secolo chiese ai medici di studiarla. Il genetista Manel Esteller, dell’Università di Barcellona, ha analizzato per anni il suo DNA, il suo microbioma e i suoi parametri clinici. Il risultato? Una conferma potente: la longevità estrema nasce da un equilibrio quasi perfetto tra ciò che ereditiamo e le scelte di ogni giorno.

Secondo il ricercatore, la donna più anziana d’Europa poteva vantare un profilo genetico mai osservato prima, un corredo cromosomico che si è rivelato capace di preservarla da malattie cardiovascolari, tumori e declino cognitivo come un’assicurazione sulla vita. Ha sopportato e superato persino il Covid. Ma la genetica, da sola, non basta a spiegare tutto. Lo ha ribadito di recente il professor Garattini, farmacologo e fondatore dell’Istituto Mario Negri, che ha fatto della divulgazione scientifica una missione personale. “I geni contano, ma contano meno di quanto pensiamo. È l’ambiente a modulare l’espressione genetica, e lo stile di vita può amplificare o annullare ciò che ereditiamo”, ha affermato durante un recente colloquio coi giornalisti, intervenuto a Milano alla tradizionale riunione conviviale per gli auguri dei cronisti medico scientifici, convocata da Unamsi a Milano, e sostenuta da Bayer. Dunque, non possiamo determinare il nostro Dna, ma già oggi la medicina è in grado di riparare vari geni zoppicanti, e tutti indistintamente possiamo controllare il resto, in termini di stili di vita.

Accanto alla testimonianza impareggiabile del professor Garattini, emerge con forza quella di una delle neuroscienziate più celebrate a livello internazionale: Giovanna Mallucci, figura chiave nello studio dei meccanismi dell’invecchiamento cerebrale, a lungo docente all’Università di Cambridge, direttrice del Dementia Research Institute del Regno Unito, e oggi alla guida di un gruppo di ricerca d’avanguardia presso Altos Labs, Cambridge Institute of Science, dove studia i processi di decadimento cognitivo e le possibilità di riparazione neuronale. Le sue indagini hanno dimostrato che alcune forme di neurodegenerazione possono essere reversibili. Si tratta di scenari completamente nuovi sulla possibilità di mantenere il cervello giovane anche in età molto avanzata. “La longevità non è solo una questione di anni vissuti”, afferma Mallucci, “ma di come il cervello riesce a mantenere la sua capacità di adattarsi, ripararsi e funzionare nonostante il passare del tempo”.

Alimentazione: elisir di lunga vita
Se la genetica è il terreno, l’alimentazione è il clima che permette alla longevità di fiorire. La nostra ultracentenaria raccontava di prediligere sempre i prodotti della natura a tavola, mettendo in pratica i principi basilari della Dieta Mediterranea: pesce, olio d’oliva, pochissimo alcol, niente fumo e – dettaglio sorprendente – tre yogurt al giorno. Yogurt bianco, senza zuccheri aggiunti. Secondo Esteller, il medico che l’ha studiata più da vicino, questo contribuiva a mantenere un microbioma ricco di batteri buoni che riducono l’infiammazione cronica, uno dei principali acceleratori dell’invecchiamento. Il concetto è perfettamente in linea con quanto sostiene Valter Longo, biochimico e direttore del Longevity Institute della University of Southern California, noto per i suoi studi sulla dieta mima-digiuno: “Ridurre l’infiammazione e mantenere un microbiota sano è una delle chiavi per rallentare l’invecchiamento biologico”. Dichiarazioni che si possono tranquillamente accostare a quelle del professor Garattini, che dal canto suo insiste sull’importanza della moderazione calorica e del consumo di pasti frugali. “Mangiamo troppo e male. Io mangio poco, pochissimo. Non perché voglia vivere più a lungo, ma perché voglio vivere meglio”.

Stili di vita: la scienza conferma quel che i centenari già sanno
Oltre alla genetica e alla dieta, i centenari condividono comportamenti ricorrenti che la scienza sta iniziando a comprendere in profondità. Non si tratta di sport estremi o di programmi di allenamento strutturati, ma di un movimento naturale, quotidiano, spesso legato alla vita all’aria aperta. Le relazioni sociali giocano un ruolo altrettanto cruciale. La solitudine accorcia la vita più del fumo, come dimostrano numerosi studi epidemiologici. I centenari, invece, tendono a vivere circondati da reti familiari e comunitarie solide.

Ed è proprio qui che gli studi della professoressa Mallucci a Cambridge si fanno particolarmente interessanti, poiché ha dimostrato che il cervello anziano non è un organo “in declino inevitabile”, ma un sistema plastico, capace di rigenerarsi se stimolato nel modo giusto. Le ricerche sui meccanismi cellulari della neurodegenerazione hanno portato alla scoperta di molecole in grado di riattivare processi di riparazione neuronale, aprendo la strada a terapie che potrebbero un giorno preservare la funzione cognitiva anche oltre i cento anni: “Il cervello è un organo dinamico, la sua capacità di adattamento è sorprendente. La sfida è capire come sostenerla per tutta la vita”.

Vivere a lungo e vivere bene
Il dato più sorprendente emerso dallo studio di Esteller è che Maria Branyas, la nostra ultracentenaria, non solo ha vissuto a lungo, ma non ha mai sviluppato tumori, malattie cardiovascolari o demenza. Il suo caso dimostra che la longevità estrema e la cattiva salute non sono necessariamente collegate, e che l’invecchiamento può essere “decodificato” a livello molecolare. Dalle ricerche citate si ricavano orientamenti di valore universale: la genetica apre le porte, ma lo stile di vita decide quanto restiamo nella stanza e come ci accomodiamo. Il microbioma è un alleato prezioso, e l’infiammazione è un nemico da combattere così come il sovrappeso, la sedentarietà, i livelli di colesterolo oltre i limiti e l’ipertensione. La longevità non è solo durata, ma qualità della vita. Dunque non possiamo scegliere i nostri genitori, ma possiamo scegliere quasi tutto il resto, e il cervello può sorprenderci, se gli diamo gli strumenti per farlo.

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