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Il rapporto mente-corpo nella malattia

La sofferenza oscura e il “tempo patico”. 

La visione psicoantropologica di Giuseppe Errico.

“La cura umana? E’ nella realtà concreta di un percorso, una ricerca sul tempo patico del paziente rispetto al suo destino (traiettoria destinale), nell’attenzione al flusso interiore continuo nel campo antropico (la dimora del paziente) e del prima e del dopo, al mutamento personale nel tempo. Ha un esito positivo, una guarigione, quando rispetto ai messaggio del corpo alla propriocezione del proprio organismo interiore produce un vero cambiamento personale, un positivo mutamento del tempo patico; quando analizza, ripristina e rinsalda, positivamente, il tempo patico del paziente legando, tutto ciò, agli orizzonti del tempo”. 
A parlare è Giuseppe Errico, psicologo psicoterapeuta presidente dell’Istituto di Psicologia e Ricerche Socio-Sanitarie (Formia, Italia) e ricercatore nel campo delle scienze umane ad indirizzo Antropologico-Trasformazionale oltre che presidente dell’Istituto di Psicologia e Ricerche Sociosanitarie I.P.E R.S.
“La cura della sofferenza oscura – osserva in una chiacchierata sul tempo e luogo della cura e del suo significato più profondo nella proiezione che investe mente e corpo di un paziente – diviene utile quando trasforma il viaggiatore di quello che io chiamo “il proprio tempo patico”. Un luogo interiore fatto di mente, organi, tessuti, cellule che esprimono vita e benessere, propulsione alla ricerca del significato ma anche malattia intesa come guasto e distorsione temporale”. Insomma per Giuseppe Errico, allievo di Sergio Piro uno dei maestri della sociologia fenomenologica, la capacità del paziente di proiettarsi nel sé, di comprendere cosa accade in sé e nel mondo, la capacitare di legare orizzonti orizzonti diversi fuori e dentro di sé può sostituire all’odio verso sé e il mondo, la pro-tensione verso la vita nel futuro prossimo. “Avere consapevolezza del tempo patico nel proprio campo antropico in un determinato arco storico, nell’ipertempo (forma particolare e onnipresente della tirannia attuale del tempo presente nella vita del paziente), a fronte del limite costitutivo della finitezza del tempo (tutto scorre), del tempo dunque inteso come durata e del tempo come vissuto patico, può tracciare una nuova sfida per l’applicazione delle prassi nella clinica e nella psicoterapia”. 
La sfida si compie verso la sofferenza oscura, l’accadimento innovativo, la contingenza, la trascendenza, il divenire, lo scorrimento, la dimensione di cura di una relazione tra il paziente e il mondo sociale. Gli accadimenti di vita del paziente sembrano nella visione di Errico potersi rileggere come tentativi strategici messi in atto per fronteggiare o oltrepassare le distorsioni temporali soggettive che si vivono durante le crisi psicologiche ed esistenziali e, come scritto in altri lavori, come aggiustamento, adeguamento, riadattamento del guasto temporale, della trama oscillante tra passato e futuro, tra presente e ricadute in avanti o all’indietro (blocco e rievocazione). “La sofferenza oscura, oltre a farci male – sottolinea il nostro esperto – solleva domande sul tempo patico, domande calibrate sulla base dei nostri orizzonti esistenziali e le nostre esperienze vitali legate al presente e al passato o all’idea di futuro, domande a cui si può rispondere in modi diversi o a cui si può non rispondere affatto. Secondo l’esperienza clinica, di chi scrive, in ogni psicoterapia ad esempio si potrebbe dire che il tempo non è colto, ma ci coglie. L’esperienza del tempo non è cognitiva, ma patica».
Resta sullo sfondo il rumore della domanda di cosa sia esattamente “il tempo patico” se un semplice attraversamento della sofferenza psichica ovvero già, in qualche misura, il tempo del paziente che esce dall’immediatezza della propria sofferenza e si distacca dal presente, dalla sorda ferocia del patimento, del dolore, della malattia, per osservarlo da lontano, per dominarlo (seppure solo dal punto di vista conoscitivo).
Un viaggio che spinge Giuseppe Errico, nella sua opera di ricercatore e autore, ad esplorare l’enigma della malinconia.
L’autore tenta, non senza difficoltà, di descrivere fenomenologicamente ciò che viene definitamalinconia, patologia già descritta nell’antichità e che oggi che rientra nelle maschere della sofferenza oscura e
ne rappresenta, forse, il lato più enigmatico. Nel campo psicologico-psichiatrico la malinconia (dal greco μελαγχολία, composto di μέλας, “nero”, e χολή, “bile”2) è considerata uno stato d’animo caratterizzato da tristezza, sconforto e temporaneo affievolimento d’interessi per il tempo presente, per la realtà immediata o futura. La fiducia, nel malinconico, in realtà sempre più rara e difficile, viene sostituita dalla diffidenza sistematica, dal pessimismo, dalla ricerca della
sicurezza massima, da una angoscia permanente verso il mondo esterno e dall’insicurezza. “Uno stato che fa da terreno fertile per lo sviluppo di altre patologie organiche radicate nel corpo, nel tempo presente, ma con una sorgente nell’anima.
“La melancolia, pur essendo una malattia che colpiva le persone sofferenti, veniva un tempo considerata anche delle condizioni primarie del genio coniugato con la sregolatezza. Alla melancolia si attribuivano comunque vari disturbi psicologici che l’attuale psichiatria e psicologia clinica collocherebbe in vari contesti patologici. Come la depressione endogena, la depressione reattiva, le psicosi epilettiche e altre forme abnormi. Oggi la bibliografia e gli studi clinici sul tema della
malinconia sono assai vasti, in apparenza quasi esaustivi”.

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