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Nuove cure per fermare gli attacchi di emicrania


Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha sviluppato terapie sempre più mirate per il trattamento dell’emicrania, rivoluzionando la qualità della vita di milioni di persone.

L’emicrania non è solo un semplice mal di testa, ma una patologia neurologica invalidante che colpisce oltre un miliardo di persone nel mondo, di cui circa sei milioni solo in Italia. È la seconda malattia più disabilitante in assoluto e interessa in prevalenza le donne, con un rapporto di 3:1 rispetto agli uomini. Oltre alla sofferenza fisica, l’emicrania compromette la quotidianità dei pazienti, influenzando la loro vita sociale, lavorativa e personale. Tuttavia, oggi le nuove terapie preventive offrono una prospettiva di sollievo concreta, migliorando sensibilmente la qualità della vita dei pazienti.

A rischio le donne tra i 25 e i 55 anni

Per chi soffre di questa condizione, il tempo diventa un nemico. Gli attacchi possono durare ore o addirittura giorni, rendendo impossibili anche le attività più semplici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) paragona l’emicrania severa a patologie altamente invalidanti, come la tetraplegia e la psicosi acuta. L’età media di insorgenza della malattia si colloca tra i 25 e i 55 anni, ovvero nel pieno della vita lavorativa e sociale, aumentando ulteriormente l’impatto negativo sulla qualità dell’esistenza. Oltre ai sintomi debilitanti, l’emicrania ha un costo economico significativo per la società, tra costi sanitari diretti (visite specialistiche, farmaci, ricoveri) e indiretti (giornate di lavoro perse, riduzione della produttività), che studi europei quantificano tra i 18 e i 27 miliardi di euro l’anno. Investire nella prevenzione non solo migliorerebbe la vita di milioni di pazienti, ma ridurrebbe anche i costi sanitari e sociali legati alla malattia.

Nuove terapie per una gestione più efficace della malattia

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha sviluppato terapie sempre più mirate per il trattamento dell’emicrania. Tra queste, un ruolo centrale è svolto dai farmaci che agiscono sul CGRP (peptide correlato al gene della calcitonina), un mediatore coinvolto nell’attivazione dell’attacco emicranico. Attualmente sono disponibili anticorpi monoclonali e gepanti, piccole molecole che possono ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi. Queste terapie preventive possono essere considerate nei pazienti che soffrono di emicrania frequente, generalmente quattro o più giorni al mese, in base alla valutazione del medico specialista. Alcuni di questi trattamenti, tra cui atogepant, sono stati resi disponibili anche in regime di rimborsabilità dal Servizio Sanitario Nazionale per determinate categorie di pazienti, secondo le indicazioni approvate dalle autorità sanitarie. L’obiettivo delle nuove strategie terapeutiche non è solo ridurre il numero e la gravità degli attacchi, ma migliorare la qualità di vita complessiva dei pazienti. Il futuro della gestione dell’emicrania punta su un approccio personalizzato, adattando le terapie alle specifiche esigenze di ogni individuo per ottimizzare i risultati. 

Il ruolo delle associazioni e la lotta allo stigma

Nonostante i progressi terapeutici, le persone che soffrono di emicrania continuano a scontrarsi con lo stigma sociale e la mancanza di comprensione. Molti pazienti si sentono soli nella loro battaglia, spesso minimizzata da chi non conosce la gravità della patologia. Gli attacchi possono essere così debilitanti da impedire qualsiasi attività quotidiana, e la paura costante del prossimo attacco genera ansia e isolamento. Le associazioni di pazienti svolgono un ruolo chiave nel sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di un accesso equo ai trattamenti più avanzati. Grazie al loro lavoro, cresce la consapevolezza dell’impatto dell’emicrania e della necessità di politiche sanitarie più inclusive.

Un modello organizzativo più efficace

Per migliorare la gestione dell’emicrania, gli esperti propongono un modello di assistenza su tre livelli:

  1. neurologi nei poliambulatori specialistici e nelle Case di Comunità, per una prima diagnosi e gestione della malattia;
  2. neurologi esperti di cefalee negli ospedali con ambulatori dedicati, per pazienti con forme più complesse;
  3. centri specializzati per le cefalee, per la gestione delle forme più severe e l’accesso a terapie specifiche.

Un’organizzazione più strutturata consentirebbe di garantire un percorso diagnostico e terapeutico più rapido ed efficace, migliorando l’accesso ai trattamenti più innovativi.

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