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L’impatto della pandemia sull’assistenza al paziente con cirrosi

Da questa drammatica esperienza, che ci ha lasciato segni indelebili, dobbiamo cogliere opportunità di miglioramento che sono convinto esistano davvero.

La pandemia Covid ha evidenziato che l’organizzazione eccessivamente ospedalo-centrica del nostro sistema sanitario nazionale mostra le sue carenze nel momento in cui all’ospedale non si riesce ad accedere.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare in funzione dei ritardi nell’erogazione di prestazioni specialistiche, di cui tanto si parla sui giornali, in Italia non c’è una carenza di specialisti. I dati Eurostat lo mostrano chiaramente: il nostro Paese ha un grande numero di specialisti in relazione alla popolazione assistita e al numero di medici generalisti.

Il rapporto tra specialisti e generalisti in Italia è doppio rispetto a quello esistente in Francia, ad esempio.
Il problema è che si attribuisce alla specialistica, in particolare quella ospedaliera (di gran lunga preponderante), un ruolo che è abbastanza contrario alla logica stessa della specialità e cioè quello di prendere in carico tutti i pazienti in funzione dell’appartenenza a un tipo di patologia.

Il caso della cirrosi epatica è emblematico.
Dal 2014 ad oggi circa 75mila italiani affetti da cirrosi dovuta ad epatite C hanno ricevuto un trattamento antivirale presso i centri specialistici nazionali, con tassi di guarigione dell’infezione maggiori del 95%. Un’ottima notizia, in primis per i malati, che tuttavia restano a rischio di sviluppare, quale lascito dei molti anni d’infezione, un tumore primitivo del fegato.

Per tale motivo è richiesto che, in quanto cirrotici, effettuino una sorveglianza periodica, che consiste nell’esecuzione di un’ecografia a cadenza semestrale.
A me sembrerebbe ovvio che a gestire il problema, in fondo semplice, della sorveglianza periodica non sia chiamato.
Eppure, l’epatocarcinoma (al mondo è il sesto tumore per frequenza, il terzo per mortalità) è stata una delle condizioni vittima del ritardo negli screening oncologici che la pandemia ha comportato.

Cominciamo a garantire assistenza ai pazienti con tumori al fegato, diagnosticati ad uno stadio assai più avanzato di quello che avremmo voluto che avvenisse, quindi con anche minori possibilità di cure.
Per compiti come questi servirebbe un adeguato sviluppo delle reti territoriali; bisognerebbe fornire, laddove manchino, gli strumenti culturali di base; rendere più chiaro il percorso di cura del paziente sul territorio e rendere chiare le competenze che lo stesso contesto di assistenza può fornire, in questo modo il paziente ha delle ulteriori rassicurazioni.
Dico questo perché sovente i pazienti hanno una certa sfiducia che il proprio medico curante, che non sia lo specialista, si possa occupare dei loro problemi.

Inoltre ci vorrebbe un’organizzazione adeguata delle tempistiche di sorveglianza e a tale proposito penso alla proposta, fatta da me personalmente presso la Rete Oncologica piemontese ma purtroppo mai arrivata ad una conclusione utile, di istituire centri vocati a fornire la prenotazione ecografica di sorveglianza dei pazienti con cirrosi, dai quali il paziente esca con due sole possibilità: ricevere un appuntamento a sei mesi perché l’esame è negativo, non c’è nessun motivo di essere inviati allo specialista, ovvero con un appuntamento per una visita con priorità d’urgenza B (massimo 10 giorni di attesa) presso lo specialista quando sia stato riscontrato un nodulo sospetto.

Credo, insomma, che tra ospedale e territorio ci debba essere una più chiara ripartizione.
Questo è ciò che ci ha purtroppo mostrato l’esperienza Covid: la debole comunicazione tra ospedale e territorio ma anche la difficoltà del paziente a districarsi tra questi due contesti di presa in carico.
A causa della pandemia negli ospedali si è stati costretti a dire ai pazienti: “Vi vediamo solo per le urgenze, tutta l’attività routinaria è sospesa”.
Loro ovviamente si sono sentiti abbandonati: non deve più accadere. La pandemia ci sta dando la possibilità di riflettere su quello che facciamo e su come ci occupiamo dei nostri ammalati.

Da questa drammatica esperienza, che ci ha lasciato segni indelebili, dobbiamo cogliere opportunità di miglioramento che sono convinto esistano davvero.

Le volete sfogliare il numero dedicato alla cirrosi epatica, seguite questo link.

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