Al CDI di Milano un confronto tra radiologi, medici nucleari e radioterapisti: “Un percorso integrato per arrivare più rapidamente dal sospetto diagnostico alla terapia personalizzata”, spiega il radiologo e Advisor Scientifico Sergio Papa.
Al Centro Diagnostico Italiano di Milano è in corso l’incontro “Imaging, teranostica e radioligandi”, un appuntamento dedicato a una delle evoluzioni più interessanti della medicina contemporanea: l’integrazione tra diagnosi e trattamento. Non una prospettiva futura, ma un approccio già in parte operativo nella pratica clinica, destinato però ad ampliarsi nei prossimi anni grazie allo sviluppo di nuovi farmaci e tecnologie.
“La teranostica — chiarisce Sergio Papa, radiologo e Advisor Scientifico del CDI — è, come suggerisce la parola stessa, l’unione di terapia e diagnostica. Indica tutte quelle procedure che consentono nello stesso momento di individuare la malattia e trattarla”. Il concetto non è del tutto nuovo: molte pratiche mediche già oggi seguono questa logica. Un esempio è la radiologia interventistica, nella quale il medico, guidando un catetere all’interno dei vasi, individua una stenosi e contemporaneamente la corregge con l’inserimento di un dispositivo. “In quel momento si sta facendo diagnosi, ma anche terapia”, sottolinea Papa. Lo stesso principio vale per diverse procedure endovascolari e parenchimali, fino all’impiego di radionuclidi veicolati direttamente nella lesione tumorale.
Radioligandi: la PET che diventa terapia
Il tema centrale del convegno riguarda però una frontiera già concreta della teranostica: i farmaci radioligandi in medicina nucleare. Il loro impiego è strettamente legato alla PET, l’esame che individua le lesioni neoplastiche attraverso il metabolismo degli zuccheri. Durante la PET al paziente viene somministrato per via endovenosa un tracciante radioattivo che si concentra nei tessuti a elevato consumo energetico, tipicamente quelli tumorali. “Oggi — spiega Papa — a questi traccianti si lega una molecola terapeutica: la sostanza si fissa nella zona della lesione, la rende visibile all’esame e contemporaneamente la cura”. In altre parole, la stessa molecola che permette di localizzare il tumore diventa anche il vettore del trattamento, colpendo selettivamente le cellule malate e limitando l’esposizione dei tessuti sani. Attualmente la disponibilità clinica è ancora limitata ad alcune neoplasie. “I tumori della prostata e quelli neuroendocrini, di origine pancreatica o intestinale, stanno rispondendo molto bene, anche in presenza di metastasi”. L’industria farmaceutica è però al lavoro su nuove molecole che potranno estendere l’approccio ad altre forme tumorali. Accanto a ciò, la ricerca guarda anche a prospettive future, come l’uso delle microbolle ecografiche capaci di trasportare farmaci direttamente nella lesione e rilasciarli localmente tramite ultrasuoni: un’ulteriore evoluzione della terapia mirata.
Il valore dell’integrazione tra discipline
Il convegno ha avuto anche un significato organizzativo e culturale. Al CDI, infatti, radiologia, medicina nucleare e radioterapia non operano come reparti separati, ma come un’unica filiera clinica. “Questo — evidenzia Papa — permette di costruire percorsi rapidissimi dalla diagnosi all’eventuale trattamento, fino alla teranostica”. L’obiettivo è ridurre i tempi decisionali e facilitare l’accesso alle cure. L’iniziativa milanese di CDI, che da molti anni si occupa anche di temi come radiomica, gemello digitale e intelligenza artificiale, ha riunito diverse società scientifiche dell’area radiologica, italiane ed europee. Un elemento non secondario: “Radiologi, medici nucleari e radioterapisti spesso lavorano su ambiti contigui ma separati. Il nostro intento è creare percorsi comuni e un linguaggio condiviso”. Secondo Papa, l’integrazione tra competenze è fondamentale anche per semplificare l’esperienza dei pazienti e, potenzialmente, contribuire a ridurre le liste d’attesa. L’intelligenza artificiale, pur destinata a supportare sempre di più la diagnostica, resta in questo contesto uno strumento di supporto: velocizza l’analisi delle immagini e aiuta nella diagnosi, ma non è il motore della teranostica, che rimane prima di tutto un’innovazione farmacologica e organizzativa. In un sistema sanitario sempre più complesso, il passaggio decisivo non riguarda soltanto la tecnologia, ma la capacità di collegare competenze diverse. La teranostica rappresenta proprio questo: una medicina più mirata e personalizzata, in cui vedere e curare diventano, progressivamente, un unico gesto clinico.




