I pregiudizi influenzano la vita delle persone in sovrappeso
L’obesità è una delle condizioni croniche più diffuse e sottovalutate del nostro tempo. Nonostante i progressi della medicina e le campagne di sensibilizzazione, continua a essere percepita attraverso lenti distorte, spesso ridotta a una questione di volontà individuale o di stile di vita. In un contesto culturale che esalta il controllo del corpo e la performance, chi convive con l’obesità si trova spesso a fare i conti con aspettative irrealistiche, giudizi impliciti e un senso di solitudine che si amplifica nei momenti dell’anno in cui la pressione sociale si fa più forte. Quitter’s Day è il giorno – generalmente collocato verso la seconda metà di gennaio – in cui, secondo gli psicologi, la maggior parte delle persone abbandona i buoni propositi formulati a inizio anno. Questo termine è stato reso popolare da piattaforme che analizzano dati su attività fisica, routine e obiettivi personali, mostrando come l’entusiasmo dei primi giorni di gennaio tenda a calare rapidamente. In pratica, è il momento in cui la motivazione iniziale svanisce, gli obiettivi fissati risultano troppo ambiziosi, la pressione sociale dei “buoni propositi” lascia spazio a frustrazione e rinuncia. Per molte persone con obesità, come evidenziano le indagini recenti, questo giorno assume un significato ancora più pesante, perché si intreccia con stigma, solitudine e aspettative irrealistiche legate alla perdita di peso.
A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno, mentre milioni di persone abbandonano i buoni propositi nel cosiddetto “Quitter’s Day”, una indagine rivela il profondo senso di isolamento che caratterizza l’esperienza quotidiana delle persone con obesità. Lo studio, realizzato in cinque nazioni europee tra cui l’Italia, per iniziativa di Novo Nordisk, mostra come persistano falsi miti e una comprensione ancora limitata della natura cronica di questa condizione. Nel nostro Paese, il 31% degli intervistati non sa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica l’obesità come una malattia cronica, un dato che contribuisce a rafforzare l’idea errata che perdere peso sia solo una questione di “mangiare meno e muoversi di più”.
La pressione dei buoni propositi di gennaio, per chi convive con l’obesità, può trasformarsi in un momento particolarmente difficile. L’indagine mostra che tra coloro che decidono di iniziare un percorso di perdita di peso all’inizio dell’anno, il 53% indica la mancanza di sostegno come principale ostacolo al mantenimento degli sforzi. A questo si aggiunge un dato ancora più significativo: l’88% degli intervistati ritiene che le persone con obesità siano vittime di stigma a causa del proprio peso. Un clima che alimenta senso di colpa, isolamento e sfiducia.
«La cultura dei buoni propositi per l’anno nuovo, anche se mossa da buone intenzioni, rischia di rafforzare una visione semplicistica e sbagliata dell’obesità», osserva Iris Zani, Presidente di FIAO – Federazione Italiana Associazioni Obesità. «Porta le persone a colpevolizzarsi ingiustamente e a subire il peso dello stigma soprattutto quando i loro sforzi falliscono. Solo poco più della metà degli intervistati ritiene che la società consideri l’obesità per ciò che è, una malattia cronica, e non una scelta di vita: un dato che evidenzia quanto resta ancora da fare».
La dimensione emotiva emerge con forza: l’87% delle persone con obesità dichiara che la condizione incide negativamente sulla salute mentale, mentre l’85% afferma che influenza le interazioni sociali. È un circolo vizioso in cui stigma, isolamento e difficoltà relazionali si alimentano reciprocamente. Per questo, secondo Eligio Linoci, Vicepresidente FIAO, è necessario un cambio di prospettiva: «Gestire l’obesità è un percorso coraggioso e lungo che non dovrebbe essere affrontato da soli. Oggi è necessario spostare l’attenzione dalla semplice perdita di peso al benessere complessivo della persona e promuovere una rete di supporto. Solo così il “Quitter’s Day”, vissuto da molti in silenzio e solitudine, può diventare una giornata di impegno collettivo». Il quadro epidemiologico conferma l’urgenza del problema: in Italia il 47% degli adulti, pari a 23,3 milioni di persone, è in eccesso di peso, e circa il 12% vive con obesità, ovvero 5,8 milioni di individui. Una condizione che ha un impatto significativo sulla salute, sulla qualità della vita e sui costi sanitari. Non sorprende quindi che solo il 17% delle persone con obesità ritenga che i professionisti sanitari comprendano appieno le loro preoccupazioni, segno di un divario ancora ampio tra bisogni reali e risposte disponibili. In questo senso, iniziative come il portale Novo IO – lanciato da Novo Nordisk per offrire risorse, strumenti e consulti con team multidisciplinari – rappresentano un tentativo concreto di colmare questo divario. Il portale permette di accedere a percorsi personalizzati e a un supporto continuativo, elementi fondamentali per affrontare una malattia cronica che richiede tempo, competenza e accompagnamento.
L’indagine europea mette in luce un punto essenziale: l’obesità non può essere affrontata come una questione individuale. Richiede un cambiamento culturale profondo, un linguaggio più rispettoso, un sistema di cura più empatico e una comunità capace di sostenere, non giudicare. Solo così sarà possibile trasformare il “Quitter’s Day” da simbolo di rinuncia a occasione di consapevolezza collettiva, restituendo dignità e supporto a chi convive con una delle sfide sanitarie più complesse del nostro tempo.




