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Salute mentale, dal dolore di Roberto Vecchioni per il figlio malato un monito contro lo stigma

A Milano il cantautore e la moglie hanno ufficializzato la Fondazione intitolata alla memoria del ragazzo, che soffriva di disturbi psichici. Un appello a rompere il muro di silenzio e sostenere le famiglie in lutto

La salute mentale è diventata uno dei temi più urgenti del nostro tempo, un terreno in cui fragilità individuali e responsabilità collettive si intrecciano. In una società che invecchia, accelera e spesso isola, riconoscere il valore della cura psicologica e del sostegno comunitario è una sfida culturale prima ancora che sanitaria. Eppure, nonostante tutto, lo stigma continua a farsi sentire: frena la richiesta di aiuto, alimenta la solitudine, rende invisibili sofferenze che avrebbero bisogno di essere accolte e non giudicate. È proprio da questa consapevolezza, e da una ferita personale profondissima, che nasce la Fondazione Vecchioni. “Chi soffre di un disturbo mentale non deve vergognarsi. Anche di vergogna si muore”, ha ricordato Daria Colombo, madre di Arrigo, morto suicida nel 2013. Insieme al marito, il cantautore Roberto Vecchioni, ha scelto di trasformare un dolore indicibile in un impegno concreto: combattere lo stigma e costruire una rete di sostegno per le famiglie che convivono con la malattia mentale.

La fondazione porta il nome di Vecchioni “perché può essere un richiamo”, come ha spiegato l’artista durante la presentazione a Milano, a Palazzo Marino. “Ho 50-60 anni di musica e scrittura alle spalle, e un po’ di fama da spendere”, ha detto, sottolineando come questa notorietà possa diventare uno strumento per diffondere un messaggio di consapevolezza e vicinanza. La vicepresidente Francesca Vecchioni, sorella di Arrigo, ha ricordato che tra i primi appuntamenti sostenuti dalla fondazione ci sarà il Concertone di Radio Italia del 15 maggio in piazza Duomo a Milano: un’occasione per parlare apertamente di salute mentale davanti a migliaia di giovani. E ha citato le parole di Cesare Cremonini, che convive a suo modo con un disagio: “Al mattino quando vede le pillole vicino alla macchina del caffè si sente tranquillo”. Un esempio potente di quanto possa essere importante, per un ragazzo, ascoltare testimonianze sincere scevre da pregiudizi.

Sul sito della fondazione, Daria Colombo ha scritto che l’obiettivo è “trasformare il dolore in impegno condiviso”. Un dolore che, come ha ricordato Vecchioni, non si dissolve con il tempo: “Dicono che il dolore passa con il tempo ma in realtà è il dolore che fa passare il tempo. Mio figlio ha lottato 17 anni disperatamente contro una malattia mentale e non ce l’ha fatta. Era unico. C’era una barriera fra lui e il mondo che non voleva, era un meraviglioso poeta che ci è stato strappato”. I numeri confermano l’urgenza di questa battaglia culturale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un adolescente su sette convive con un disturbo mentale. L’Istituto superiore di sanità indica che, tra i giovani tra i 15 e i 29 anni, la malattia mentale è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Nell’Unione Europea, 11 milioni di persone soffrono di disturbi psichici e il 13% sono giovani. Dopo la pandemia, in Lombardia si è registrato un incremento del 147% degli intenti suicidari e del 15,25% dei disturbi neuropsichiatrici. Una crescita che non può essere ignorata.

“Il problema è che la salute mentale è ancora un tema tabù per la nostra società: occorre stimolare un reale cambiamento culturale, è necessario rompere questa cortina di silenzio”, ha dichiarato il sindaco Giuseppe Sala. Un appello condiviso da Antonino Minervino, presidente della Società italiana di Medicina psicosomatica, che ha ricordato come lo stigma sia “la prima montagna da scalare”, e da Silvio D’Alessandro, già responsabile dei servizi territoriali in Umbria, che ha sottolineato la necessità di tenere in piedi i presidi territoriali e offrire sostegno alle famiglie. Anche l’assessore milanese al Welfare, Lamberto Bertolè, ha ribadito che “la salute mentale dovrebbe rappresentare una priorità del sistema sanitario in un Paese civile”. Una priorità che richiede investimenti, formazione, integrazione tra i servizi e soprattutto un cambiamento culturale profondo. La Fondazione Vecchioni nasce per contribuire a questo cambiamento: per dare voce a chi non riesce a chiederla, per sostenere chi si sente solo, per ricordare che la malattia mentale non è una colpa e che la vergogna non deve più essere un ostacolo alla cura. Un invito a guardare in faccia il dolore, trasformandolo in un impegno collettivo capace di salvare vite.

Dunque, uscire allo scoperto e metterci la faccia, come si usa dire. La scelta di Roberto Vecchioni e della moglie Daria (foto sotto, dal sito www.fondazionevecchioni.it) rappresenta un gesto di grande coraggio e responsabilità. Tramutare un dolore profondo in un momento di riflessione collettiva significa sostenere l’impegno dei ricercatori finalizzato a mettere a punto terapie sempre più efficaci, e promuovere l’ascolto, là dove troppo spesso prevalgono silenzi e solitudini. L’iniziativa dedicata alla memoria del figlio del cantautore apre uno spazio inedito, capace di dare forza ai racconti di vita vissuta, e offre un contributo prezioso a chi attraversa momenti di fragilità. È un modo per dire che nessuno dovrebbe affrontare certe ombre da solo e che la cultura può diventare un ponte verso la consapevolezza e il sostegno reciproco, recuperando e attualizzando lo spirito della legge Basaglia.

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