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Industria farmaceutica, tensioni per la Direttiva Ue sulle acque reflue

Farmindustria ed Egualia chiedono al Governo di sospendere l’applicazione della norma e riconsiderare la valutazione d’impatto: “Tassa da dieci miliardi l’anno, costi insostenibili, investimenti e competitività ko”



La transizione ecologica europea ridisegna il rapporto tra industria e sostenibilità ambientale. Negli ultimi anni, Bruxelles ha accelerato su normative che puntano a ridurre l’inquinamento, migliorare la qualità delle acque e limitare l’impatto delle attività produttive sui sistemi naturali. Tra queste, la Direttiva sulle acque reflue urbane rappresenta uno dei provvedimenti più ambiziosi: un quadro regolatorio che introduce nuovi standard per la rimozione dei microinquinanti, con l’obiettivo di proteggere gli ecosistemi e la salute pubblica. L’applicazione di queste misure sta generando un acceso dibattito, soprattutto nei settori più esposti ai nuovi obblighi. L’industria farmaceutica, in particolare, teme che i costi richiesti per adeguarsi ai nuovi sistemi di trattamento possano compromettere competitività, investimenti e capacità produttiva, in un contesto globale già segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici e concorrenza crescente da parte di Stati Uniti e Asia. È in questo scenario che si inserisce il nuovo appello lanciato dalle principali associazioni del comparto.

Durante un’audizione davanti alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato, Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, e Michele Uda, direttore generale di Egualia, hanno espresso «forte preoccupazione per l’impatto economico e industriale della direttiva europea sulle acque reflue urbane», entrata in vigore nel gennaio 2025. Secondo i rappresentanti del settore, le norme per la rimozione dei microinquinanti renderebbero «insostenibili» i costi di trattamento, gravando in modo sproporzionato sull’industria farmaceutica. In una nota congiunta, Farmindustria ed Egualia hanno ricordato che il comparto opera «in un contesto globale di forte concorrenza, tensioni geopolitiche e commerciali, aumento strutturale dei costi operativi del 30% rispetto al 2021». L’Europa, sottolineano, «ha già perso molto terreno rispetto agli altri grandi macrosistemi globali» e sta adottando provvedimenti – come la revisione della legislazione farmaceutica – che rischiano di ampliare ulteriormente il divario competitivo.

Uno dei punti critici riguarda il sistema EPR, la Responsabilità Estesa del Produttore, che secondo le associazioni, se introdotto senza modifiche, «rischia di compromettere in maniera irreversibile la sostenibilità del comparto». Le nuove regole attribuirebbero infatti ai produttori una quota significativa dei costi per la rimozione dei microinquinanti, con un impatto economico che, secondo le stime delle organizzazioni, sarebbe molto più elevato di quanto previsto dalla Commissione europea. «Recenti evidenze mostrano che la valutazione di impatto della Commissione ha sovrastimato l’impatto ambientale dei farmaci di quattro volte, dal 66% stimato al 18%, e ha sottostimato i costi, che sarebbero invece superiori dalle cinque alle dieci volte», affermano Farmindustria ed Egualia. Gli oneri aggiuntivi, spiegano, «costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l’anno per le aziende in Europa, anziché gli 1,2 miliardi stimati», gravando quasi esclusivamente su due settori: farmaceutico e cosmetico. Un peso che, secondo le associazioni, potrebbe «acuire il fenomeno delle carenze di medicinali», in contraddizione con altre iniziative europee volte a rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento.

La richiesta al Governo italiano è quella di continuare a sostenere con decisione la necessità di sospendere l’applicazione della Direttiva, anche attraverso possibili emendamenti all’Omnibus ambientale presentato dalla Commissione Ue. L’obiettivo è ottenere un nuovo impact assessment entro il 31 dicembre 2028, data prevista per l’entrata in vigore del sistema EPR. Il confronto tra esigenze ambientali e sostenibilità industriale resta dunque aperto. Da un lato, la necessità di ridurre l’inquinamento da microinquinanti è riconosciuta come prioritaria; dall’altro, il settore farmaceutico chiede che la transizione ecologica non comprometta la capacità produttiva e la disponibilità dei medicinali. La partita, ora, si gioca tra Bruxelles, governi nazionali e industria, alla ricerca di un equilibrio che tuteli sia l’ambiente sia la salute pubblica.

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