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Antitumorali, quelli più innovativi sono cinesi. L’Europa è ferma al palo

Gli oncologi a Berlino per ESMO 2025 lanciano l’allarme: il 70% dei farmaci evoluti (anticorpi bispecifici e farmaco-coniugati) sono di importazione, prodotti in Cina. L’appello: “Più investimenti nella UE e un’Agenzia nazionale per la ricerca”.



La ricerca in oncologia sta vivendo una trasformazione profonda. Noi arranchiamo, se così si può dire, e il baricentro dell’innovazione pare spostarsi sempre più verso Est. In un mondo dove la velocità, l’efficienza e il dinamismo determinano il successo dei trial, la Cina si afferma come protagonista assoluta nella produzione di farmaci antitumorali. Un trend che, arrivati a questo punto, preoccupa non poco gli oncologi europei, riuniti in questi giorni a Berlino per il congresso ESMO 2025, dove si è fatto il punto sullo stato della ricerca e sugli equilibri geopolitici che ne condizionano il futuro.

Un dato in particolare ha scosso la comunità scientifica: il 70% degli anticorpi farmaco-coniugati e degli anticorpi bispecifici, due delle classi più innovative e promettenti nella lotta contro il cancro, proviene dalla Cina. Questi farmaci, che combinano precisione molecolare e valore immunoterapico, stanno rivoluzionando il trattamento dei tumori. L’import massiccio di terapie dal continente asiatico, e l’assenza di linee produttive interne, solleva interrogativi sulla tenuta dell’Europa, che perde in competitività.

“Quelli che noi pensiamo essere medicinali sviluppati e prodotti in Occidente – ha dichiarato Giuseppe Curigliano, presidente eletto della Società Europea di Oncologia Medica – sono in realtà farmaci che provengono dall’Asia”. Una constatazione che suona come un campanello d’allarme. “Anche in Italia, è più che mai urgente investire seriamente sulla ricerca, creando un’Agenzia nazionale ad hoc”, ha aggiunto Curigliano, che è professore all’Università di Milano, e presso lo IEO, Istituto Europeo di Oncologia. Si avverte la necessità di un cambio di passo strutturale.

La Cina non si limita alla produzione: è ormai leader anche nel reclutamento dei pazienti per gli studi clinici. Per dare un’idea, nei trial di un farmaco di ultima generazione, il 55% dei pazienti è stato reclutato in Cina in meno di sei mesi, contro il 15% in Europa e il 10% negli Stati Uniti. “Tutti i farmaci che utilizziamo nella pratica clinica – ha spiegato Curigliano – vengono da studi in cui i cinesi hanno arruolato più del 70% dei pazienti. I dati cinesi sono estrapolabili anche per noi in termini di efficacia, ma quello che non è estrapolabile è il profilo della sicurezza, perché ciò che è meglio tollerato nella popolazione asiatica non lo è necessariamente in quella occidentale”.

La farmacogenomica evidenzia differenze significative tra le popolazioni, e questo impone cautela nell’adozione dei protocolli. “La Cina si sta affermando come una superpotenza scientifica globale e questo ci preoccupa – ha ammonito Curigliano – perché senza investimenti in innovazione e ricerca niente progresso, gli studi verranno condotti in Asia, dove sono rapidi ed efficienti. A noi occidentali resteranno solo le briciole”. A questo punto il vero nodo, secondo l’oncologo, è geopolitico. “Se la Cina prende il sopravvento nell’innovazione, come sta già accadendo, il nuovo polo scientifico del mondo sarà l’Asia, che andrà a soppiantare l’America. Dobbiamo pensare a partnership con la Cina, non a competizione. Nella ricerca, come nella geopolitica, servono alleanze”.

In Italia, la situazione è particolarmente critica. “La ricerca è sotto stress – ha evidenziato il professor Curigliano in una dichiarazione riportata dall’Ansa – perché è difficile trovare finanziamenti. Anche quella che definiamo ricerca accademica è spesso sostenuta dalle industrie farmaceutiche, invece che da fondi pubblici destinati a obiettivi strategici”. Da qui la proposta di istituire un’Agenzia nazionale della ricerca, sul modello di quelle già operative in Usa, Cina e Giappone. “Come esiste l’Aifa, con un budget del ministero dell’Economia per rimborsare i farmaci – ha spiegato – anche la ricerca dovrebbe avere un’agenzia centralizzata con un budget annuale dedicato”. L’obiettivo, secondo Curigliano, è arrivare a investire almeno l’1,5-2% del PIL nella ricerca, contro l’attuale 1,3%. Una soglia che, se raggiunta, potrebbe ridare fiato a un settore strategico per la salute pubblica e per la competitività del Paese.

Sulla stessa linea si è espresso Massimo Di Maio, presidente eletto dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), che ha parlato di una “forte sofferenza” della ricerca italiana. “La ricerca è minacciata da una lunga carenza di risorse – ha affermato – anche se in questi anni i nostri ricercatori sono comunque riusciti ad affermarsi a livello mondiale per i loro lavori”. Ma ora, ha concluso, “è necessario un impegno che sia strutturale e duraturo”. ESMO 2025 ha messo in luce una realtà che forse era stata sottovalutata: l’Europa, e in particolare l’Italia, devono rientrare in partita per quanto riguarda l’innovazione in oncologia, investendo in ricerca, infrastrutture e alleanze strategiche. Perché il futuro della medicina, e della salute della collettività, si gioca oggi su un campo globale dove la velocità, la visione e il coraggio fanno la differenza.

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