Marcello Cattani (Farmindustria) lancia l’allarme: tra Most Favoured Nation, fuga degli investimenti e ritardi nei trial clinici, l’Italia rischia di perdere competititività proprio mentre dimostra di poter competere con i grandi Paesi europei.
La competizione globale nelle scienze della vita sta attraversando una fase di trasformazione profonda, accelerata da nuovi modelli di investimento, politiche industriali aggressive e una crescente pressione sui sistemi sanitari. In questo scenario, la capacità di attrarre studi clinici, capitali e talenti diventa un indicatore strategico tanto quanto la qualità delle cure erogate. L’Europa, storicamente protagonista nella ricerca biomedica, si trova oggi a fronteggiare un contesto internazionale in cui Stati Uniti e Cina avanzano con velocità crescente, sostenuti da politiche di incentivazione e da ecosistemi industriali sempre più integrati. Per l’Italia, che negli ultimi anni ha consolidato un ruolo di primo piano nella produzione farmaceutica e nello sviluppo, la sfida è duplice: preservare il vantaggio competitivo costruito in decenni e accelerare le riforme necessarie per non perdere terreno in un mercato che non aspetta.
La pressione sui prezzi dei farmaci in Europa rischia di produrre un effetto domino capace di ridisegnare la geografia degli investimenti. È un allarme senza mezzi termini quello lanciato da Marcello Cattani, presidente Farmindustria, durante il talk sul tema “La sfida della competitività tra innovazione e sostenibilità”, che si è tenuto a Roma presso il Palazzo dell’Informazione promosso da AdnKronos. Secondo Cattani, il meccanismo del Most Favoured Nation, introdotto negli Stati Uniti, sta già generando uno spostamento significativo degli investimenti verso il mercato americano, con una proiezione di circa 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque-sette anni tra ricerca di base, ricerca traslazionale, ricerca clinica e produzione tecnologica industriale. Una cifra che rappresenta il cuore stesso dell’industria farmaceutica e che rischia di sottrarre all’Europa un patrimonio di competenze difficilmente ricostruibile.
“Oggi il vero vantaggio competitivo dell’Italia nel pharma comprende ricerca, manifattura e capitale umano”, ha spiegato Cattani, sottolineando come il valore della filiera farmaceutica in Italia risieda nella capacità di integrare innovazione, competenze diffuse e un modello produttivo unico nel panorama europeo. Un modello che non riguarda solo le grandi aziende, ma anche la rete dei terzisti, spesso poco conosciuti al grande pubblico ma riconosciuti a livello mondiale per la loro eccellenza tecnologica e scientifica. “È un network straordinario, costruito in decenni, che ora sta entrando in una nuova fase”, ha aggiunto Cattani, ricordando come la collaborazione con il Ministero dell’Università e della Ricerca e con la CRUI stia contribuendo a definire le competenze che serviranno alle imprese farmaceutiche del futuro. L’Italia, infatti, non solo mantiene una forte vocazione industriale, ma sta esportando il proprio modello formativo oltre i confini. L’esempio più recente è l’Its Pharma Academy, replicata anche in Egitto nell’ambito del Piano Mattei, a dimostrazione di come il know-how italiano sia riconosciuto e richiesto a livello internazionale.

Trial clinici
Il tema della competitività emerge anche sul fronte delle sperimentazioni. In occasione dell’International Clinical Trials Day, Marcello Cattani ha ricordato come i trial clinici rappresentino “uno dei principali motori di innovazione per la salute, la competititività industriale, la crescita e la sicurezza della nostra Nazione”. I dati del portale europeo CTIS confermano un risultato di grande rilievo: con quasi 1.500 studi clinici attivi, di cui il 77% finanziato dalle aziende farmaceutiche, l’Italia ha sostanzialmente raggiunto la Germania, storicamente leader in Europa per numero di sperimentazioni. È un segnale importante della capacità del Paese di attrarre investimenti e competenze, ma anche un invito a non rallentare. Le analisi ALTEMS mostrano infatti che ogni 2,5 giorni di ritardo nell’attivazione di uno studio clinico si perde la possibilità di arruolare un paziente. Se l’Italia riuscisse a ridurre questi tempi, potrebbe arruolare in media 16 pazienti in più per ogni sperimentazione. Considerando solo le quattro principali aree terapeutiche – oncologia, cardio-metabolico, sistema nervoso e sistema immunitario – il nostro Paese avrebbe potuto coinvolgere oltre 10.500 pazienti in più nel triennio 2022-2025.
“Accelerare i tempi di attivazione degli studi clinici, incentivare gli investimenti e potenziare la capacità di arruolamento significa rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e aumentare l’attrattività dell’Italia per la ricerca e sviluppo”, ha sottolineato Cattani. Dove si fa ricerca, infatti, si cura meglio: un principio che guida da anni le politiche di Farmindustria e che oggi assume un valore ancora più strategico in un contesto globale sempre più competitivo. I dati IQVIA mostrano una trasformazione profonda: nel 2009 l’Europa controllava il 44% degli studi clinici globali, una quota oggi dimezzata. Stati Uniti e Cina, invece, nel 2025 controlleranno insieme il 65% dei nuovi studi clinici. Gli Stati Uniti hanno mantenuto la loro leadership grazie alla stabilità del sistema, mentre la Cina ha recuperato terreno con una rapidità impressionante. L’Europa, invece, appare relegata a un distante terzo posto. Per questo, secondo Cattani, è fondamentale proseguire con decisione nel percorso delle riforme, semplificando i processi, investendo nelle competenze e rafforzando una governance farmaceutica favorevole all’innovazione. L’Italia, sostiene, ha tutte le carte in regola per essere protagonista: qualità scientifica, capacità industriale, eccellenze cliniche e una forte integrazione tra pubblico e privato. Occorre tuttavia trasformare questo potenziale in un vantaggio competitivo stabile, capace di resistere alle pressioni internazionali e di garantire al Paese un ruolo centrale nella ricerca biomedica del futuro.




