L’Agenzia italiana del farmaco estende l’uso di dostarlimab con chemioterapia a tutte le donne, indipendentemente dallo stato di mismatch repair, e riconosce l’innovatività della terapia
Il carcinoma dell’endometrio è una malattia che arriva spesso in un momento delicato della vita, quando molte donne immaginano un futuro stabile, fatto di progetti familiari, lavoro, relazioni. È un tumore che può avanzare rapidamente e che, nelle forme più aggressive o recidivanti, porta con sé paura, incertezza e la sensazione di avere poco tempo per decidere. Per anni, la chemioterapia è stata l’unica opzione disponibile in prima linea per la maggior parte delle pazienti, lasciando scoperte fasce importanti di bisogno clinico e umano. In questo contesto, ogni passo avanti terapeutico non è solo un progresso scientifico: è un messaggio di speranza.
L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dato di recente un annuncio significativo: tutte le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o ricorrente potranno accedere al trattamento con dostarlimab in combinazione con carboplatino e paclitaxel, indipendentemente dallo stato di mismatch repair (Mmr). Finora l’immunoterapia era rimborsata solo per le donne con deficit del mismatch repair o instabilità dei microsatelliti, circa il 20-30% delle diagnosi. Oggi l’indicazione si estende anche alla popolazione più numerosa, quella con sistema di riparazione del DNA funzionante. Aifa ha inoltre riconosciuto a dostarlimab il valore dell’innovatività, un segnale forte sul vantaggio terapeutico rispetto allo standard di cura. Il sistema di mismatch repair è un meccanismo cellulare che corregge gli errori durante la replicazione del DNA. Quando funziona, si parla di pMmr; quando è compromesso, si parla di dMmr, condizione che rende i tumori più “visibili” al sistema immunitario e quindi più responsivi all’immunoterapia. Lo studio Ruby, però, ha dimostrato che anche nelle pazienti compromesse l’aggiunta dell’immunoterapia porta benefici concreti: una riduzione del rischio di progressione e un incremento della sopravvivenza globale, con un guadagno netto. Numeri che, tradotti nella vita reale, significano più tempo, più possibilità, più controllo sulla malattia.
«Era ormai acclarato che l’immunoterapia in combinazione con la chemio avesse cambiato lo standard di cura», spiega Domenica Lorusso, direttore del programma di Ginecologia oncologica di Humanitas San Pio X di Milano. «Ma queste pazienti rappresentano solo il 20-30% della popolazione. Per la stragrande maggioranza c’era un unmet need inespresso, a cui oggi risponde questa ulteriore indicazione. È un tracking change, una pietra miliare. Il Ruby ha cambiato la pratica clinica e le linee guida del tumore dell’endometrio». Lorusso sottolinea come i sette mesi di sopravvivenza globale in più nel setting pMmr siano «importanti e significativi», ricordando che si tratta di una mediana: «ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo».
Il carcinoma dell’endometrio è la quarta neoplasia più frequente nella popolazione femminile in Italia, dopo tumore al seno, cancro del colon e tumore al polmone. Ogni anno si registrano circa 9.000 nuovi casi, e oltre il 90% riguarda donne sopra i 50 anni. In Italia vivono con questa diagnosi circa 133.000 donne. Per molte di loro, soprattutto quando la malattia torna o avanza, ogni mese guadagnato può fare la differenza.
«Oggi, per molte donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivato, questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso», afferma Ilaria Bellet, presidente di Acto Italia. «È un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l’obiettivo di vivere quel tempo meglio». Bellet richiama però l’attenzione su un punto cruciale: trasformare l’innovazione in accesso reale, con informazioni chiare, percorsi rapidi e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita.
Anche dal fronte della ricerca arriva un messaggio di responsabilità e continuità. «Il raggiungimento di una sopravvivenza globale significativamente migliorata non è solo un traguardo scientifico», dichiara Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di Gsk. «È la prova concreta che la collaborazione tra ricercatori, clinici e pazienti può tradurre il lavoro scientifico in risultati tangibili che impattano positivamente la vita delle pazienti. Questo successo ci responsabilizza a proseguire nella ricerca e a garantire terapie efficaci e personalizzate».
L’estensione dell’indicazione di dostarlimab segna dunque un momento importante per la comunità clinica e per migliaia di donne. Non cancella la complessità della malattia, né la durezza del percorso terapeutico, ma apre una strada più ampia, più inclusiva, più promettente. Una strada in cui l’immunoterapia non è più riservata a una minoranza, ma diventa un’opportunità concreta per tutte le pazienti in prima linea. Una strada che, per molte, può significare più tempo e più vita.




