Minori, Girelli: “La violenza trasformata in contenuto social è un’allerta nazionale

Serve un patto tra istituzioni, scuola e famiglia. “Quello che sta emergendo in questi mesi non può più essere letto come una semplice sequenza di episodi di cronaca minorile. Siamo davanti a un salto inquietante: la violenza viene pensata, compiuta e diffusa come contenuto da esibire online. Quando un’aggressione, un pestaggio o un’umiliazione diventano un prodotto da condividere sui social, siamo di fronte a un problema che interpella direttamente istituzioni, scuola, famiglie e piattaforme digitali”.
Lo dichiara l’onorevole Gian Antonio Girelli, promotore e presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Prevenzione e Riduzione del Rischio”, da tempo impegnato sul tema della dipendenza tecnologica nei minori e della tutela della salute digitale.
“Le vicende accadute tra la fine del 2025 e questi primi mesi del 2026 ci dicono con chiarezza che non basta inseguire l’emergenza. Occorre intervenire prima, con educazione digitale, sostegno alle famiglie, strumenti di
prevenzione e una cornice normativa aggiornata. I social non sono la causa unica di questi fenomeni, ma possono diventare un moltiplicatore potentissimo di emulazione, crudeltà e ricerca patologica di consenso”.
“Per questo serve un patto nazionale tra istituzioni, scuola e famiglie, fondato su alcuni punti non più rinviabili: primo, inserire stabilmente l’educazione digitale e relazionale, nei percorsi scolastici, non come materia marginale ma come asse formativo essenziale; secondo, sostenere concretamente genitori, insegnanti e pediatri nel riconoscimento precoce dei segnali di dipendenza, isolamento, desensibilizzazione alla violenza e alterazione del rapporto con la realtà; terzo, aprire con urgenza un confronto normativo serio con le piattaforme digitali e con i produttori di
dispositivi, affinché la tutela dei minori non sia delegata solo alla vigilanza familiare, ma incorporata nei sistemi attraverso limiti di età efficaci, protezioni native, strumenti di controllo realmente accessibili e meccanismi che
riducano la spinta alla spettacolarizzazione del danno; quarto, promuovere campagne pubbliche rivolte ai più giovani che smontino l’equazione tossica tra visibilità e valore, tra brutalità e consenso, tra illegalità e successo”.
“Proteggere i ragazzi non vuol dire demonizzare la tecnologia, ma impedire che diventi una gabbia psicologica o uno
strumento di spettacolarizzazione della violenza. Su questo non possiamo più permetterci ritardi”.
PATTO NAZIONALE: I 4 PUNTI
1.
Inserire stabilmente l’educazione digitale e relazionale, nei percorsi scolastici, non come materia
marginale ma come asse formativo essenziale.
2.
Sostenere concretamente genitori, insegnanti e pediatri nel riconoscimento precoce dei segnali di
dipendenza, isolamento, desensibilizzazione alla violenza e alterazione del rapporto con la realtà.
3.
Aprire con urgenza un confronto normativo serio con le piattaforme digitali e con i produttori di
dispositivi, affinché la tutela dei minori non sia delegata solo alla vigilanza familiare, ma incorporata nei
sistemi attraverso limiti di età efficaci, protezioni native, strumenti di controllo realmente accessibili e meccanismi che riducano la spinta alla spettacolarizzazione del danno.
4.
Promuovere campagne pubbliche rivolte ai più giovani che smontino l’equazione tossica tra visibilità e valore, tra brutalità e consenso, tra illegalità e successo.

Violenza e minori, D’Avino (Fimp):
I social senza regole amplificatori di comportamenti a rischio. I giovani hanno bisogno di relazioni tra pari autentiche e del controllo genitoriale.

“I social media sono strutturalmente privi di feed-back educativi e spesso i minori vengono lasciati al loro uso senza alcun controllo genitoriale in un’età molto precoce. Manca poi del tutto una educazione all’uso del digitale anche in ragione del divario generazionale e l’unico argine alla violenza prima immaginata, poi descritta con le parole e infine agita da parte di tanti giovanissimi e minori non trova alcun argine. Anzi, gli strumenti audio e video dei social finiscono per essere amplificatori di comportamenti violenti alimentando una vera e propria spirale che sfugge al controllo genitoriale e crea un grave allarme sociale nelle nostre comunità di cui occorre prendere atto per apporre correttivi. Per questo accogliamo con favore l’allarme lanciato in merito dall’onorevole Gian Antonio Girelli presidente dell’Intergruppo parlamentare per la prevenzione e la riduzione del rischio”. Così Antonio D’Avino, presidente della Federazione nazionale medici pediatri (Fimp).

“Il livello di disagio e di perdita di controllo ci viene raccontato ogni giorno dai genitori dei nostri giovanissimi pazienti – aggiunge D’Avino – un argine va assolutamente posto iniziando a vietare l’uso dei device e telefonini in tempi troppo precoci per favorire le interazioni tra pari sulla base di relazioni vere e in presenza in cui anche uno scontro viene rappresentato da un feed back immediato mediato dalla voce, dalla possibilità di riconciliarsi, dall’intervento di un adulto. Occorre inoltre favorire le relazioni reali nel gioco e nella interazione tra i coetanei evitando la delega in bianco a relazioni unidirezionali e unidimensionali basate su interazioni stereotipate dei social in cui le relazioni sono codificate in una struttura obbligata che incentiva l’aggressività, lo scherno, l’offesa diretta che spesso viene letta e vista da una platea di riferimento e per questo subìta con maggiore frustrazione e mortificazione approdando all’idea il passaggio all’atto (violento) sia l’unico sbocco possibile. Un comportamento che può diventare deviante ma normalizzato da mesi o anni di interazioni basate su scambi verbali duri e violenti a cui non consegue alcuna sanzione educativa lasciando quasi intendere che quei modelli di comportamento siano consentiti e del tutto leciti”.

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