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Scacco al Linfoma, un ponte tra ricerca e cura mette spalle al muro l’avversario

Al via la campagna promossa da AbbVie con AIL, cambiano le regole del gioco contro i linfomi non Hodgkin.

Negli ultimi anni la conoscenza dei tumori ematologici ha compiuto passi avanti significativi, grazie a terapie mirate e un approccio multidisciplinare che mette al centro il paziente e il suo percorso di cura. I linfomi, una quota importante delle neoplasie del sangue, richiedono oggi non solo trattamenti efficaci, ma anche una rete di supporto capace di accompagnare le persone nella gestione quotidiana della malattia. In questo scenario, informazione, consapevolezza e collaborazione tra clinici, infermieri, associazioni e industria diventano strumenti fondamentali per migliorare gli esiti e la qualità di vita. È con questo spirito che prende il via “Scacco al Linfoma – Un nuovo ponte tra la ricerca e la cura”, la campagna promossa da AbbVie con la partecipazione di AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma), FIL (Federazione Italiana Linfomi) e GFIL (Gruppo Italiano Infermieri Linfomi). L’iniziativa punta a sensibilizzare sulla malattia (in un prossimo futuro anche attraverso il sito dedicato www.scaccoallinfoma.it) attraverso la metafora degli scacchi, scelta come filo conduttore, richiama l’idea che “ogni scelta conta”, tanto nella ricerca quanto nel percorso terapeutico per mettere spalle al muro l’avversario, in questo caso la malattia.

I linfomi costituiscono circa il 50% dei tumori ematologici e si presentano in forme molto diverse tra loro. Variano per aggressività, velocità di crescita e risposta ai trattamenti. I linfomi indolenti, che rappresentano circa il 45% dei casi, hanno una crescita lenta e consentono spesso ai pazienti di convivere con la malattia per molti anni. Al contrario, i linfomi aggressivi evolvono rapidamente, ma sono spesso altamente responsivi alle terapie, tanto che oltre la metà dei pazienti può raggiungere la guarigione. Tuttavia, con ogni recidiva, il percorso terapeutico dei pazienti con linfoma non Hodgkin diventa più complesso, richiedendo strategie sempre più personalizzate.

Fondamentale, sottolineano gli esperti, è un percorso di cura appropriato e sostenuto da una rete multidisciplinare che accompagni il paziente non solo dal punto di vista clinico, ma anche nutrizionale, emotivo e organizzativo. La gestione pratica dei trattamenti, dei controlli e degli effetti collaterali richiede infatti un supporto costante, che coinvolge medici, infermieri, caregiver e associazioni.

Sul fronte terapeutico, la ricerca sta evidenziando nuove prospettive. «Sono emerse una serie di novità nel contesto dell’immunoterapia» spiega Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia e Trapianto di Cellule Staminali dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano. «La prima è rappresentata dalle Car‑T cell therapy, potenzialmente curative in circa il 40% dei casi, ma con qualche problema di resistenza che riguarda il 50%-60% dei pazienti». Derenzini sottolinea nondimeno l’avvento degli anticorpi bispecifici, che «stanno ridisegnando il trattamento del linfoma follicolare e del linfoma diffuso a grandi cellule B. Ora l’indicazione è in monoterapia, ma si prevede un progressivo impiego nelle linee di trattamento più immediate, e magari in associazione con altri farmaci». Accanto all’innovazione, resta centrale il ruolo delle associazioni. «Le aspettative per i pazienti stanno cambiando» afferma Giuseppe Toro, Presidente Nazionale AIL. «Per molti è possibile una guarigione o mantenere una buona qualità di vita pur con una forma cronica di linfoma. La missione di Ail è offrire ascolto e supporto concreto a pazienti e famiglie». Un impegno che si traduce in servizi di assistenza, accoglienza, informazione, elementi essenziali per affrontare una malattia che richiede tempo, energie e continuità di cura. Toro ricorda il ruolo di AIL nel fornire supporto quotidiano: ascolto, sostegno psicologico, aiuto economico, servizi di mobilità e le Case AIL, fondamentali per ridurre lo stress delle famiglie.

Negli ultimi anni, si diceva, l’arrivo di nuove immunoterapie ha aperto scenari inediti, offrendo possibilità di cura anche in situazioni un tempo considerate senza alternative. In questo contesto, informazione e consapevolezza diventano strumenti fondamentali per affrontare una malattia che spesso si presenta come una lunga partita, fatta di strategie, attese e ripartenze. I linfomi non Hodgkin comprendono oltre 50 forme diverse, suddivise in due grandi gruppi: gli indolenti, a crescita lenta, e gli aggressivi, a crescita rapida ma spesso ben responsivi alle terapie. Tra questi ultimi, il linfoma diffuso a grandi cellule B è il sottotipo più frequente, con circa 150.000 nuovi casi l’anno nel mondo e 4.400 in Italia. Si presenta con linfonodi ingrossati e può coinvolgere anche organi extralinfatici. Tra i linfomi indolenti, il linfoma follicolare è il più comune ed è caratterizzato da un elevato rischio di recidiva e da una progressiva resistenza alle terapie convenzionali.

«Si tratta di due patologie molto diverse dal punto di vista della presentazione clinica, con approcci e scelte terapeutiche profondamente differenti» spiega Marco Ladetto, Professore Ordinario di Ematologia all’Università del Piemonte Orientale. «La recidiva è la ricomparsa della malattia dopo una risposta completa; la refrattarietà è invece la condizione in cui un paziente, pur effettuando una terapia efficace, non ottiene risposta». Nei linfomi diffusi a grandi cellule B, la recidiva tende a manifestarsi precocemente, mentre nel linfoma follicolare può comparire anche a distanza di decenni, a causa della persistenza di cellule tumorali quiescenti. Le aspettative per i pazienti stanno cambiando. Per molti è possibile una guarigione o mantenere una buona qualità di vita pur con una forma cronica di linfoma. Negli ultimi anni sono arrivati trattamenti innovativi, in particolare gli anticorpi bispecifici, che offrono una interessante chance di cura anche ai pazienti recidivati o refrattari.

Accanto ai medici, ai clinici, un ruolo centrale nella relazione di cura è svolto dagli infermieri. «L’infermiere rappresenta una sorta di ponte comunicativo» afferma Giuliana Nepoti, Responsabile della Commissione GIFIL. «Siamo le figure a cui i pazienti si rivolgono per le domande che non osano fare al medico. Il nostro compito è trasformare la paura in consapevolezza, educando a riconoscere i segnali d’allarme e normalizzando il percorso di cura». Le ripercussioni emotive sono altrettanto rilevanti. «Choc all’annuncio della diagnosi, ansia, senso di isolamento, difficoltà a mantenere la normalità quotidiana» racconta Giuseppe Gioffrè, Consigliere AIL Nazionale. «Il gruppo pazienti offre uno spazio per condividere paure e speranze, aiutando a gestire i cambiamenti che la malattia impone».

Sul fronte terapeutico, si è visto, la ricerca sta volgendo a nostro favore, in molti casi, le sorti della partita. «Abbiamo registrato una serie di novità importanti nel contesto dell’immunoterapia. La prima – ha precisato Enrico Derenzini, che è professore associato di Ematologia all’Università di Milano – è rappresentata dalle CAR-T cell therapy, potenzialmente curative in circa il 40% dei casi, ma con un problema di resistenza che riguarda il 50%-60% dei pazienti che non risponde o recidiva, e lunghi tempi di manifattura del prodotto, non immediatamente disponibile. L’altra novità è rappresentata dall’arrivo degli anticorpi bispecifici, che stanno ridisegnando il trattamento del linfoma follicolare e del linfoma diffuso a grandi cellule B, che attualmente in Italia hanno ricevuto l’indicazione e rimborsabilità dopo almeno due linee di trattamento precedenti. Gli anticorpi bispecifici sono un’altra forma di immunoterapia, che legano da una parte il linfocita T (CD3), le cellule effettrici del sistema immunitario, dall’altra legano le cellule neoplastiche (CD20), e ridirigono i linfociti T contro le cellule del linfoma. Negli studi clinici, per entrambe le patologie, questa classe di farmaci ha dimostrato la remissione in una quota importante di pazienti, circa 4 su 10 nel linfoma diffuso a grandi cellule B e più di 6 su 10 nel linfoma follicolare, con risposte che in alcuni pazienti si mantengono a lungo nel tempo e nello specifico per tre anni nel follicolare e quatto nel linfoma diffuso a grandi cellule B. Ora l’indicazione di questi farmaci è in monoterapia». In prospettiva, secondo gli specialisti, è verosimile immaginare un impiego precoce e combinato di terapie con anticorpi bispecifici, integrandoli con chemio‑immunoterapia, agenti immunomodulanti e anticorpi immunoconiugati.

I relatori della conferenza stampa promossa da AbbVie

“Scacco al Linfoma”, alla luce delle novità, diventa qualcosa di più di una campagna: un invito a guardare al futuro con nuove strategie, nuove alleanze e nuove speranze. Perché, come negli scacchi, ogni mossa può cambiare la partita. «La metafora – conclude Caterina Golotta, Direttore Medico AbbVie Italia – sintetizza perfettamente l’approccio strategico nella lotta ai linfomi: affrontare questa patologia articolata e multiforme come una partita che richiede visione d’insieme, preparazione e mosse mirate. Guardiamo al futuro consapevoli della complessità e dell’eterogeneità dei linfomi, il nostro impegno è sviluppare soluzioni terapeutiche innovative e supportare i pazienti lungo tutto il percorso di trattamento, tenendo conto dei bisogni clinici, assistenziali e di qualità di vita. Crediamo che l’integrazione tra strategia, innovazione e ascolto sia fondamentale per trasformare il futuro della cura dei linfomi».

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