L’analisi di Paolo Fiorina, endocrinologo universitario. Le moderne terapie, a partire da Teplizumab, aprono la strada a un intervento precoce capace di ritardare l’insorgenza del quadro clinico e ridurne la gravità
Il diabete di tipo 1 è sempre stato considerato una condizione inevitabile: una diagnosi che arriva spesso all’improvviso, soprattutto in bambini, adolescenti e giovani adulti, e che segna l’inizio di una gestione complessa e quotidiana. Per decenni la medicina ha potuto solo intervenire dopo l’esordio, controllando la glicemia ma senza poter modificare il corso della malattia. Oggi, però, la ricerca sta cambiando radicalmente questo paradigma. L’immunologia, la medicina di precisione e le terapie cellulari stanno aprendo una nuova fase, in cui diventa possibile agire prima che il diabete si manifesti in forma conclamata, ritardandone l’esordio e attenuandone l’impatto.
Parliamo di una malattia cronica autoimmune in cui il sistema immunitario attacca e distrugge progressivamente le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Senza insulina, la glicemia aumenta e diventa necessario ricorrere a somministrazioni quotidiane per tutta la vita. Nel lungo periodo, l’iperglicemia può causare complicanze a carico di reni, cuore, vasi sanguigni, occhi e sistema nervoso. A differenza del diabete di tipo 2, non è legato allo stile di vita: è il sistema immunitario a innescare il processo patologico.
Pur essendo meno frequente del diabete di tipo 2, il diabete di tipo 1 non è una malattia marginale. In Italia colpisce circa lo 0,2% della popolazione e l’incidenza è in aumento, con una crescita stimata intorno al 3% annuo. In una città come Milano, che conta poco meno di un milione e mezzo di abitanti, si registrano ogni anno tra i 150 e i 200 nuovi casi. Un trend che preoccupa la comunità scientifica e che rende ancora più urgente l’arrivo di nuove strategie terapeutiche.
Oggi, per la prima volta, è possibile intervenire prima che la malattia si manifesti in forma conclamata. “Stiamo entrando in una nuova era, in cui non ci limitiamo a controllare la glicemia, ma interveniamo sulle cause immunologiche della malattia”, spiega Paolo Fiorina, professore ordinario di Endocrinologia all’Università di Milano e Direttore dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia dell’ASST Fatebenefratelli Sacco (nella foto sopra). La novità più rilevante è rappresentata da Teplizumab, un anticorpo monoclonale recentemente approvato dall’Agenzia europea per i medicinali.
Il farmaco agisce eliminando selettivamente i linfociti T che attaccano le cellule pancreatiche produttrici di insulina. Nei soggetti a rischio – identificabili attraverso la presenza di autoanticorpi specifici e iniziali alterazioni della glicemia – Teplizumab è in grado di ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 1 di circa tre anni. “Non solo: quando la malattia si manifesta, l’esordio risulta in genere più lieve, con un miglior controllo metabolico e una fase iniziale più lunga in cui il fabbisogno di insulina è ridotto”, aggiunge Fiorina. “Tre anni senza malattia, soprattutto in età giovane, non sono un dettaglio: significano qualità di vita, scuola, lavoro, normalità. È il primo passo per modificare la storia naturale del diabete di tipo 1”. Proprio in Lombardia, l’Università di Milano e l’Ospedale Fatebenefratelli Sacco sono stati tra i primi centri autorizzati all’uso compassionevole di Teplizumab, in vista della futura rimborsabilità. Un segnale concreto di come la ricerca possa tradursi rapidamente in opportunità terapeutiche.
Teplizumab, però, è solo l’inizio. La ricerca internazionale è in rapido fermento e numerose altre terapie immunomodulanti sono in fase di studio: farmaci diretti contro molecole costimolatorie del sistema immunitario, contro citochine pro‑infiammatorie e approcci cellulari sempre più sofisticati. L’obiettivo è spegnere selettivamente l’autoimmunità, preservando la funzione delle cellule pancreatiche il più a lungo possibile. Il diabete di tipo 1 entra così nell’era della medicina di precisione, seguendo un percorso già intrapreso in oncologia e in altre malattie autoimmuni. Un contributo particolarmente innovativo arriva dalla ricerca italiana. All’Università di Milano, in collaborazione con il Boston Children’s Hospital e l’Università di Padova, è stato sviluppato Immunostem, un approccio sperimentale basato su cellule staminali autologhe, prelevate dallo stesso paziente. Le cellule vengono raccolte tramite aferesi, modificate con tecniche di terapia genica per acquisire una potente attività antinfiammatoria e immunoregolatoria, e successivamente reinfuse. Il vantaggio è duplice: da un lato si colpisce in modo mirato l’autoimmunità diretta contro le cellule che producono insulina; dall’altro si evita l’immunosoppressione generalizzata, poiché le cellule reinfuse sono riconosciute come proprie dall’organismo. La sperimentazione clinica è in fase di avvio in collaborazione con l’Università di Padova.
“Si tratta di studi ancora sperimentali, ma il potenziale è molto rilevante”, precisa Fiorina. “Questi approcci terapeutici permetteranno di mantenere più a lungo la funzione pancreatica, prolungare la cosiddetta ‘luna di miele’ dopo l’esordio e, in prospettiva, arrivare a una regressione dell’iperglicemia in una quota di pazienti. Il diabete di tipo 1 resta una sfida complessa, ma oggi abbiamo finalmente strumenti per intervenire prima, rallentare la malattia e cambiarne il decorso. È un cambio di prospettiva che fino a pochi anni fa sembrava impensabile”. La ricerca apre dunque una nuova fase: non più solo gestione, ma prevenzione e intervento precoce. Un futuro in cui il diabete di tipo 1 potrebbe non essere più una diagnosi improvvisa, ma una malattia intercettabile e modulabile, con un impatto sempre minore sulla vita delle persone.




