Salute in carcere, la quintessenza delle fragilità nei reclusi

La sanità penitenziaria è lo specchio di una società alle prese con dipendenze, disagio psichico, violenza e vulnerabilità economica

Dietro le sbarre il medico trova di tutto: patologie croniche, malattie infettive, psicosi, disturbi alimentari e deficit metabolici. In questo scenario, la capacità del sistema di garantire i fondamentali in tema di prevenzione, diagnosi e cura assume un valore strategico non solo per la tutela dei detenuti, ma per l’intera collettività. Un sistema sotto pressione. I dati più recenti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale delineano una situazione strutturalmente critica. Nel 2025, nei 189 Istituti Penitenziari italiani sono state accolte 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi; negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. A questi si aggiungono quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025. Dunque il carcere si configura sempre più come il punto di convergenza delle fragilità sociali: marginalità, dipendenze, disagio psichico e vulnerabilità economica si concentrano all’interno degli istituti, aumentando la complessità gestionale. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione sociale, segnato – come evidenziato da analisi istituzionali – da una ripresa dei fenomeni criminali e da una crescente percezione di insicurezza tra i cittadini.

Di questi temi si discute a Roma in occasione del convegno nazionale Agorà Penitenziaria 2026 indetto dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe), intitolato “Tutela della Salute ed Esecuzione Penale”, in programma il 21 e 22 aprile presso l’Aula Agostini dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà. Nella giornata del 22 aprile, presso l’Auditorium Cosimo Piccino del Ministero della Salute, si terrà inoltre il convegno istituzionale organizzato da Aristea “Il carcere come opportunità di sanità pubblica e di riscatto: prevenzione, diagnosi e cura nelle popolazioni vulnerabili”, un confronto tra istituzioni, clinici e associazioni. «Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma una realtà concreta di salute pubblica – sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe – occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa. In ambito penitenziario esiste spesso una asimmetria: il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere esigenze legate al proprio percorso giudiziario. Questo rende più complessa la valutazione clinica e richiede strumenti adeguati per garantire appropriatezza e qualità dell’assistenza».

«Al giorno d’oggi – evidenzia Luciano Lucania, Direttore SIMSPe –assistiamo a una concentrazione di disagio sociale e sanitario che rende la gestione quotidiana molto più complessa. La sovrapposizione tra dimensione sanitaria e dimensione giuridica può rendere più difficile leggere in modo preciso i bisogni di salute, in particolare in ambito psichiatrico. Questo ha effetti anche sulla qualità dei dati disponibili e sulla programmazione degli interventi. In un contesto già segnato da fragilità diffuse, è fondamentale rafforzare la sanità penitenziaria per garantire una presa in carico reale ed efficace».

Il Piano Nazionale della Prevenzione 2020–2025 individua strumenti fondamentali come screening, diagnosi precoce e promozione della salute. Tuttavia, l’applicazione di questi interventi negli istituti penitenziari resta ancora disomogenea, nonostante si tratti di una popolazione ad alto rischio. La prevenzione assume quindi un valore non solo sanitario, ma anche organizzativo, contribuendo a ridurre criticità cliniche e gestionali.

Un ambito chiave è quello delle malattie infettive, dove negli ultimi anni sono stati raggiunti risultati significativi. «Negli ultimi dieci anni, la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane si è ridotta dal 10% a circa l’1–2% grazie alle terapie antiretrovirali – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe – oggi abbiamo strumenti nuovi, come le terapie long acting per l’HIV, che consentono una somministrazione ogni due mesi e facilitano la continuità terapeutica anche dopo la scarcerazione».

Risultati importanti riguardano anche l’Epatite C: trattamenti in grado di eradicare il virus in poche settimane, senza effetti collaterali, hanno permesso di far emergere il sommerso. «Uno studio recente – aggiunge Babudieri – ha rilevato una prevalenza del 20% tra i detenuti: è la dimostrazione dell’efficacia dei test diagnostici rapidi, eseguibili all’ingresso in istituto, che rendono il carcere un contesto strategico per programmi di screening e linkage to care». Un ambito, quello delle malattie infettive, che mostra come il carcere possa diventare un’opportunità per fare profilassi. Dunque, il carcere è oggi uno dei luoghi dove si concentrano le fragilità più profonde della società. La sanità penitenziaria, tra prevenzione, gestione delle cronicità, salute mentale e malattie infettive, rappresenta una sfida complessa ma imprescindibile per la salute pubblica. Il confronto promosso da SIMSPe con Agorà Penitenziaria 2026 conferma la necessità di un approccio integrato, capace di coniugare tutela della salute, sicurezza e diritti, in un sistema che deve essere ripensato alla luce dei cambiamenti sociali e sanitari degli ultimi anni.

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