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Cancro del colon-retto, dalla prevenzione alla ricerca: la dottoressa Valeria D’Ovidio informa

Mese della prevenzione del tumore del colon-retto: screening, ricerca e prospettive future spiegate dalla specialista

La dottoressa Valeria D’Ovidio è dirigente medico e coordinatore della UOSD di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva presso l’ Ospedale Sant’Eugenio in Roma. È stata membro della SIGE (Società Italiana di Gastroenterologia) ed è membro della SIED (Società Italiana di Endoscopia Digestiva). Ha partecipato in qualità di relatore a numerosi congressi in Italia ed all’estero. Professionista conosciuta, stimata ed attivissima in ambito di prevenzione, sta organizzando un evento proprio presso l’Ospedale S. Eugenio in calendario per il 14 marzo 2026, nel mese della prevenzione del cancro del colon-retto. Il titolo dell’evento: “CANCRO del COLON-RETTO: dallo SCREENING alla SPERIMENTAZIONE SCIENTIFICA… WHAT’S NEXT ? Nell’avvicinarsi a questo appuntamento, cerchiamo di capire qualcosa in più sull’argomento.

In che modo l’introduzione di test del DNA fecale o di biomarcatori ematici non invasivi potrebbe rimodulare l’attuale percorso di screening regionale, migliorando il rapporto costo-efficacia e l’efficacia predittiva rispetto al solo sangue occulto?

L’introduzione del test del DNA fecale ed i biomarcatori ematici non invasivi porterebbe un vantaggio in termini di adesione, di predittività e di costo efficacia.

L’ adesione sarebbe migliorata dal fatto che test ematici e fecali di precisione sarebbero più facilmente accettati per motivi logistici e culturali.

Infatti i limiti attuali legati ai costi grezzi del singolo test sarebbe superato dai grandi numeri e ci sarebbe una riduzione indiretta legata alla riduzione del numero dei tumori avanzati per una maggiore sensibilità. Infatti essi vanno a ricercare non tanto la presenza del sangue, quanto la presenza di un segnale tumorale diretto e più specifico come le mutazioni genetiche o i marcatori di metilazione del DNA che queste lesioni rilasciano nelle feci.

Queste informazioni determinerebbero anche una riduzione dei costi legati alla esecuzione di esami di colonscopia inutili.

In termini di sorveglianza endoscopica post-polipectomia, e alla luce delle più recenti linee guida europee, quali criteri istologici e molecolari (come sottotipi adenomatosi particolari, presenza di MSI) vengono utilizzati per personalizzare gli intervalli di sorveglianza (ad esempio, passando da 3 anni a 5 anni o viceversa)? 

Al momento i criteri indicati dalle attuali Linee Guida ESGE (della Società Europea di Endoscopia Digestiva) implicano la necessità di rinviare a controlli con intervalli più brevi, quindi di 3 invece che 5 anni, alcuni sottotipi di adenomi particolari come quelli con displasia di alto grado o i polipi serrati sessili di dimensioni >10mm o con displasia, soprattutto localizzati nel colon destro.

Le Linee Guida attuali non danno alcuna indicazione sulla integrazione di marcatori molecolari come la instabilità dei microsatelliti, per determinare la modifica degli intervalli di sorveglianza post-polipectomia. Tali marcatori sono riservati alla identificazione di sindromi ereditarie ad alto rischio. Il loro ruolo sta emergendo nell’ambito della valutazione dei criteri di rischio per i polipi maligni di tipo pT1, ma attualmente non sono inclusi come fattore primario per determinare l’intervallo successivo di sorveglianza.

Esiste un protocollo dedicato alla gestione di lesioni complesse come gli adenomi serrati sessili (SSA/P), che presentano un rischio di progressione più rapido e una localizzazione spesso a livello del colon destro?

I protocolli dedicati derivano dalle Linee Guida sopracitate, che sono concentrate soprattutto sul loro riconoscimento precoce (quindi sulla ottimizzazione della qualità dell’esame endoscopico di COLONSCOPIA), sulla indicazione alla loro eradicazione completa (spesso da eseguire en-bloc) ed una corretta indicazione dei tempi di sorveglianza, di 3 anni.

​​La ricerca scientifica sta sempre più evidenziando il ruolo del microbiota intestinale nell’influenzare l’insorgenza e la progressione del cancro colon-rettale, è così? 

Le evidenze cliniche più emergenti si basano sul legame tra dieta, composizione del microbiota ed alterazioni delle vie metaboliche che favoriscono la carcinogenesi.

È stato infatti dimostrato il ruolo centrale dei metaboliti protettivi come gli acidi grassi a catena corta ed in particolare il butirrato, prodotto dalla fermentazione delle fibre da parte dei batteri residenti nel colon. Il butirrato non è solo fonte di energia per i colonociti, ma inducendo anche la apoptosi delle cellule tumorali ed ha un potente effetto antinfiammatorio.

Il counselling nutrizionale nei pazienti ad alto rischio comporta pertanto tali modifiche, atte alla introduzione di un maggior numero di fibre alimentari nella dieta.

Alcuni batteri invece hanno un ruolo che si può associare alla carcinogenesi ed in particolare il Fusobacterium nucleatum e l’Enterotoxigen Bacterioides fragilis, che producono infiammazione cronica e danneggiano le molecole di DNA.

Il ruolo quindi di eventuali probiotici, o addirittura del trapianto fecale che permetterebbe un ripristino completo del microbiota intestinale, è ad oggi solo sperimentale. Si sta cercando soprattutto di approfondire il suo ruolo nel potenziamento della immunoterapia con check-point inhibitors nel CRC metastatico.

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