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Dolore cronico come espressione corporea di un trauma irrisolto: cosa sappiamo

All’International Conference on Neuropsychiatry di Parigi gli studi di Annamaria Ascione per un approccio integrato tra medicina narrativa, psichiatria e psicoterapia analitica



Il dolore cronico
è una delle sfide più complesse della medicina contemporanea. Non si tratta soltanto di un sintomo fisico, ma di un’esperienza che intreccia funzionamento cerebrale, emozioni e storie personali. Sempre più studi dimostrano come alcune sindromi dolorose, apparentemente inspiegabili, possano essere lette come “narrazioni corporee” di traumi irrisolti. In questo quadro, la cura non si limita alla riduzione dei sintomi, ma diventa un percorso di consapevolezza e di trasformazione. «Il corpo umano può custodire traumi non detti che si esprimono sotto forma di dolore – spiega Annamaria Ascione, socio AISD e membro del Comitato Tecnico-Scientifico di ASSIMEFAC, Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità –. Il compito dei clinici non è ridurre i sintomi, ma aiutare il paziente a tradurre quel dolore in parola e racconto, per fargli perdere parte della sua potenza distruttiva e trasformarlo in occasione di dialogo e cambiamento».

La dottoressa Ascione presenterà il 3 dicembre, all’International Conference on Neuropsychiatry di Parigi, la sua relazione dal titolo “Il dolore come narrazione: espressione simbolica del trauma e trattamento multidisciplinare del dolore cronico”. L’evento riunisce esperti e ricercatori per esplorare la connessione tra mente e cervello, e sarà l’occasione per illustrare il nuovo Modello Narrativo-Neuropsicosomatico del Dolore Cronico (MNNDC), fondato su tre livelli: neurobiologico, psicoanalitico e narrativo.

Due casi clinici, già pubblicati sulla rivista Salute 33 e presentati al Congresso AISD di Torino, mostrano come il dolore possa essere espressione di esperienze traumatiche infantili. Una donna con cistite interstiziale cronica ha trovato nel dolore vescicale una barriera contro l’intimità, dopo aver assistito da bambina alle violenze del padre sulla madre. Un giovane con fibromialgia e dolore neuropatico ha invece sviluppato un “blocco” corporeo per non ripercorrere le orme paterne violente. In entrambi i casi, un approccio multidisciplinare ha permesso di dare un nuovo significato alle radici emotive del dolore, riducendo la necessità di farmaci e portando a un miglioramento clinico: dopo due anni per la donna, dopo diciotto mesi per il ragazzo.

L’indagine di Annamaria Ascione si estende al campo della psico-oncologia. Nel lavoro “Il cancro come soggetto terzo: dolore psicosomatico, identità traumatica e sfida terapeutica in psico-oncologia”, pubblicato sulla rivista internazionale Advancements in Health Research, viene analizzato il dolore nei pazienti oncologici in remissione. Qui il dolore persiste come memoria corporea e impronta psicosomatica, riaffiorando sotto forma di prurito cronico e disturbi dermatologici. «La cura – sottolinea Ascione – non coincide con la remissione biologica, ma con la possibilità di trasformare in racconto una presenza che non deve più rimanere indicibile. Il cancro diventa un “terzo reale”, soggettivato, un capitolo di una storia da narrare per avviare il processo di liberazione».

Il nuovo modello multidisciplinare apre prospettive innovative nella gestione del dolore cronico: non più solo sintomo da sopprimere, ma linguaggio corporeo da decifrare e trasformare. Una sfida che richiede la collaborazione di medici, psichiatri e psicoterapeuti, e che pone al centro la persona, con la sua storia e la sua capacità di resilienza.

Alcune sindromi dolorose e apparentemente misteriose acquistano senso se considerate “narrazioni corporee” di un trauma. Il corpo può “custodire” traumi non detti che si esprimono sotto forma di dolore. Il compito dei clinici, quindi, non è ridurre quei sintomi ma aiutare il paziente a ‘tradurre’ quel dolore in parola e racconto, per fargli perdere parte della sua potenza distruttiva, e farlo diventare occasione di consapevolezza e di dialogo. Potrebbe iniziare così un processo di cambiamento, con il relativo percorso di guarigione. In questo senso sarebbe auspicabile un “approccio multidisciplinare integrato tra medicina narrativa, psichiatria e psicoterapia analitica”. Questo, in conclusione, il razionale che l’autrice illustrerà al convegno di Parigi.

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