Trombosi e prevenzione: non bastano i fattori di rischio tradizionali, serve una visione più ampia

In occasione dell’evento “Per combattere la trombosi non rimaniamo in panchina”, organizzato da Motore Sanità con il contributo non condizionante di Viatris e tenutosi a Roma lo scorso primo aprile, Sebastiano Marra, Primario Emerito di Cardiologia della Città della Salute e della Scienza di Torino e direttore della Cardiologia dell’ospedale Koelliker di Torino, ha posto l’accento su un tema cruciale: la prevenzione della trombosi deve andare oltre gli schemi tradizionali.

Parlare di trombosi, spiega il professore Sebastiano Marra, non significa soffermarsi esclusivamente sui meccanismi biologici che la determinano, oggi ampiamente conosciuti, ma concentrarsi su come prevenirla in modo efficace. La trombosi coronarica, infatti, non si limita a causare eventi acuti come l’infarto, ma può generare conseguenze profonde e durature sulla funzione del muscolo cardiaco, incidendo sulla qualità e sull’aspettativa di vita delle persone, oltre che sulla loro sfera sociale, lavorativa e affettiva.

Tradizionalmente, i fattori di rischio più noti – come fumo, colesterolo elevato, ipertensione e diabete – rappresentano il principale bersaglio delle campagne di prevenzione. Tuttavia, secondo il cardiologo, questo approccio è insufficiente. “Quasi il 50% dei pazienti che vanno incontro a un evento cardiaco acuto – evidenzia – non presenta questi fattori di rischio classici”.

Un dato che impone una riflessione più ampia. Esistono infatti elementi spesso trascurati ma altrettanto rilevanti: la salute mentale, ad esempio, con condizioni come la depressione, oppure l’ambiente in cui si vive. Inquinamento atmosferico, esposizione a rumori o luci eccessive e presenza di particelle nocive possono contribuire allo sviluppo di patologie cardiovascolari. Anche le infezioni ricorrenti giocano un ruolo non secondario.

A questo proposito, Marra cita evidenze provenienti dalla Corea del Sud: la vaccinazione contro l’herpes zoster avrebbe portato a una riduzione tra il 20% e il 30% degli eventi cardiovascolari nei cinque anni successivi, includendo infarti, ictus e mortalità correlata. Un esempio concreto di come la prevenzione possa estendersi a campi apparentemente distanti dalla cardiologia.

Il messaggio è chiaro: le cause della trombosi non possono essere ricondotte esclusivamente ai fattori di rischio tradizionali, ma devono essere ricercate in un insieme più complesso che comprende ambiente, salute mentale e condizioni generali dell’individuo.

Per questo, la prevenzione – definita da Marra “rigorosamente importante” – deve essere ripensata e ampliata. Le campagne contro il fumo e per il controllo dei parametri clinici restano fondamentali, ma non sono sufficienti. Limitarsi a queste significa, di fatto, non intercettare una larga parte di pazienti a rischio.

Il rischio, conclude il cardiologo, è quello di lasciare scoperta una fetta significativa della popolazione, con conseguenze rilevanti non solo sul piano sanitario, ma anche su quello psicologico, sociale e lavorativo. Una sfida che richiede un approccio integrato e multidimensionale alla salute, capace di mettere davvero al centro la persona.

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