Ingegneria clinica, motore silenzioso della tecnologia in ospedale

Professionisti, istituzioni e imprese al convegno AIIC di Torino delineano il futuro delle soluzioni hi-tech per la nostra salute. Parole chiave: formazione e integrazione nei processi


L’evoluzione tecnologica in sanità va avanti a un ritmo straordinario. L’introduzione di dispositivi più complessi, l’avanzata dell’intelligenza artificiale, la digitalizzazione dei percorsi clinici e la crescente pressione sui sistemi sanitari impongono nuove competenze, nuovi modelli organizzativi e una governance capace di tenere insieme innovazione, sicurezza e sostenibilità. In questo scenario, l’ingegneria clinica emerge come una professione strategica, chiamata a connettere mondi diversi: ricerca, industria, assistenza, programmazione pubblica.

È su queste premesse che si è aperto a Torino, negli spazi delle Officine Grandi Riparazioni, il 26° convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), un appuntamento che ogni anno riunisce professionisti, istituzioni, università e imprese per discutere il futuro delle tecnologie per la salute. La giornata inaugurale ha messo al centro innovazione, formazione, ingegneria clinica e governo delle tecnologie, con due sessioni che hanno coinvolto scuole, università, agenzie formative e rappresentanti del mondo produttivo.

Nel primo evento, “Touchpoint ingegneria clinica”, Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno, ha ripercorso l’evoluzione della professione, ricordando come “negli anni ’60 l’ingegnere clinico era la figura che si occupava di manutenzione delle tecnologie, ma dalla riforma sanitaria del 1978 in poi il ruolo ha seguito l’evoluzione della tecnologia, fino ad arrivare al prodotto, alla sua valutazione”. Oggi, ha aggiunto, “non basta far funzionare un dispositivo in sicurezza o acquistare in modo sostenibile: l’ingegnere clinico deve impattare sui processi e il loro utilizzo, ottimizzare i processi. Nel futuro questo professionista non sarà solo parte, ma motore dell’innovazione”.

Un concetto ripreso da Paola Freda, già presidente AIIC e prima donna alla guida dell’Associazione, che ha sottolineato come la formazione non possa prescindere da una dimensione profondamente umana: “Per un’autentica formazione è necessaria la curiosità e l’originalità di essere umani ed anche in tempi di intelligenza artificiale ed evoluzione tecnologica galoppante, è l’umano a fare la differenza”. Una visione che richiama la necessità di integrare competenze tecniche e capacità critiche, soprattutto in un settore in cui la tecnologia incide direttamente sulla vita delle persone. Giovanni Poggialini, del Direttivo AIIC e coordinatore dei corsi di formazione del Convegno, ha ampliato la prospettiva, ricordando che oggi la responsabilità dell’ingegnere clinico si estende ben oltre la gestione dei dispositivi: “Partecipare alla progettazione di una sala operatoria, ibridizzarla, riempirla di tecnologia non basta: devo sapere quanti pazienti posso curare, come organizzare il sistema perché possa fornire più salute. Questa è la gestione operativa: studiare i processi produttivi dell’azienda sanitaria e fare in modo che vengano ottimizzati”.

Da qui nasce il concetto di “professione ponte”, evocato dal pro-rettore del Politecnico di Torino, Filippo Molinari, che ha definito l’ingegnere clinico come “un ponte tra chi sviluppa e produce la tecnologia e chi la impiega per risolvere problemi”. Un ruolo che richiede la capacità di integrare dispositivi e soluzioni digitali nei flussi clinici, diagnostici e terapeutici, garantendo valore reale per i cittadini. “Le nuove tecnologie vanno valutate per quello che effettivamente possono fare, per il valore che apportano”, ha ribadito Molinari, ricordando come la medicina sia uno dei settori più ricettivi all’innovazione. Il tema della formazione e della programmazione è stato al centro anche del contributo scritto dell’assessore regionale alla formazione, Daniela Cameroni, che ha evidenziato la necessità di una visione condivisa: “Servono programmazione, visione e una forte collaborazione tra istituzioni, sistema sanitario, università e mondo produttivo. Il Piemonte ha tutte le carte in regola per essere protagonista di questa sfida”. Cameroni ha definito strategico il ruolo degli ingegneri clinici, capaci di collegare innovazione tecnologica e bisogni assistenziali, ricerca e applicazione concreta.

La sessione dedicata alle connessioni tra innovazione, sviluppo industriale e sostenibilità ha ampliato ulteriormente il quadro. L’assessore al bilancio e alle attività produttive, Andrea Tronzano, ha ricordato che il Piemonte può diventare uno dei principali ecosistemi italiani ed europei delle tecnologie per la salute, con l’healthtech come settore ad alto potenziale. “Un ruolo particolarmente importante nell’healthtech è svolto dagli ingegneri clinici, che rappresentano il punto di incontro tra bisogni di cura, innovazione tecnologica e capacità organizzativa”, ha affermato, sottolineando la necessità di una governance stabile e di una visione condivisa tra ospedali, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni.

Dal mondo produttivo è arrivato un messaggio deciso. Alessandro Preziosa, presidente dell’Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici, ha ricordato le difficoltà vissute dal settore negli ultimi anni, tra payback, pressione fiscale e crisi internazionali: “Da soli non riusciremo più a sostenere il peso di un mercato che è sempre più esigente, che chiede innovazione continua. Quello che facciamo di mestiere deve radicarsi in un ambiente sostenibile, altrimenti facciamo fatica a continuare a inserire i nostri investimenti in ricerca e sviluppo”. Anche Cesare Mangone (Unione Industriali Torino), Gennario Broya de Lucia (Conflavoro PMI Sanità), Alberta Pasquero (Bio Industry Park) e Adriano Leli (FARE) hanno evidenziato le criticità del comparto, soprattutto per PMI e startup, ma anche le opportunità offerte dalla dinamicità di alcuni settori e dalla capacità del procurement pubblico di interpretare l’innovazione.

A chiudere la prima giornata di lavori è stato Mario Alparone, direttore generale di FinPiemonte, che ha richiamato la necessità di un nuovo modello di sanità, più sostenibile e costruito sulle competenze reali: “Un modello non lo si costruisce a tavolino, ma partendo dal coinvolgimento strategico di professionisti che sono in grado di offrire già la prima risposta concreta”. Da qui la proposta, rilanciata da Mangone e accolta con favore da Umberto Nocco, presidente AIIC, e da Alessio Rebola, coordinatore AIIC Piemonte, di istituire tavoli di confronto permanenti tra professioni, istituzioni, sanità e mondo produttivo. Una proposta che conferma, ancora una volta, il ruolo dell’ingegneria clinica come ponte tra presente e futuro, tra innovazione e bisogni reali, tra tecnologia e salute.

Convegno AIIC ingegneri clinici

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