La Fase 2 è ai blocchi di partenza: cosa comporterà?

Con il prossimo mese di Maggio, come dichiarato più volte dal capo del governo Conte, la Fase 2 è ai blocchi di partenza e dovrebbe partire attraverso una graduale e progressiva riapertura delle attività produttive. La discussione sulle azioni operative da intraprendere è molto accesa. Uno dei principali problemi pratici è quello di fare in modo che i flussi di trasporti (in particolare pubblici) delle persone che si muovono per ragioni di lavoro, non inizino subito con gli stessi ritmi precedenti alla pandemia, creando pericolose aggregazioni che potrebbero facilmente portare a nuovi focolai, in particolare nelle zone ad alto impatto occupazionale, mettendo ulteriormente a rischio economia e salute. Pur partendo dal concetto che la chiusura delle scuole e delle università abbia ridotto la mobilità, sarà fondamentale rispettare le regole del distanziamento sui mezzi pubblici. Ovviamente saranno obbligatorie mascherine e guanti, con la speranza che questi DPI siano reperibili facilmente ed a costi adeguati. Una ulteriore forma di garanzia viene considerata la oramai famosa app Immuni di tracciamento degli spostamenti della popolazione scaricabile ed utilizzabile sembra solo su base volontaria.

La task force presieduta da Vittorio Colao sta lavorando su diversi fronti fra cui: la rimodulazione degli orari di lavoro (turni e orari scaglionati di entrata ed uscita per i lavoratori), orari spalmati su tutti i giorni della settimana e con aperture anche serali (come suggerito dal Presidente della regione più colpita da Covid-19 Fontana) e probabilmente un ulteriore posticipo per gli over 65 e altre fasce di lavoratori più in difficoltà.

Sui luoghi di lavoro ovviamente dovranno essere attentamente rispettate le regole del distanziamento di sicurezza, dell’uso dei DPI con ricambio adeguato durante gli orari lavorativi e di chiusura delle mense con pasti consumati direttamente nelle postazioni lavorative.

Per far ripartire l’economia, ai 25 miliardi di euro già stanziati nel decreto Cura Italia se ne dovrebbero aggiungere altri 50, per un totale di 75 miliardi da utilizzare in varie forme di aiuti alle imprese e nei settori maggiormente in crisi. Si è parlato anche di un reddito di emergenza alle persone ed alle famiglie in difficoltà che non accedono ad altri aiuti.

Ma è apertissima la discussione sul supporto dell’unione europea per il rilancio dell’economia. L’utilizzo del MES per questo scopo oramai trova quasi tutte le forze politiche italiane contrarie e la spinta è verso strumenti nuovi come la creazione di un recovery fund, garantito direttamente dal bilancio della unione europea, che possa emettere recovery bond (proposti dai francesi e che potrebbero ammontare a 1.000 miliardi di euro). Attraverso questi “titoli di debito” la condivisione del rischio avverrebbe solamente guardando al futuro, senza una condivisione a garanzia di un debito passato (cosa che la Germania osteggia).

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