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Medicina della riproduzione, idee per contrastare l’infertilità e dare impulso alle nascite

Esperti, rappresentanti delle istituzioni e decisori discutono il ruolo della Pma, con particolare attenzione alla necessità di aggiornare i Lea per prevenire l’infertilità e garantire equità di accesso ai trattamenti

Il calo della natalità rappresenta oggi una delle sfide più complesse e stratificate per le società contemporanee, un fenomeno che intreccia mutamenti socio-economici, evoluzioni culturali e nuove dinamiche biologiche. In un contesto in cui l’età media del primo concepimento continua a traslare in avanti, la capacità di una nazione di rigenerarsi non dipende più esclusivamente dalle politiche di welfare o dagli incentivi diretti alle famiglie, ma passa inevitabilmente attraverso la tutela della salute riproduttiva. La medicina della riproduzione, pertanto, non deve essere più interpretata come un semplice intervento clinico riparativo per casi isolati, ma come una componente strutturale della sanità pubblica, capace di agire preventivamente sulle patologie che compromettono la fertilità e di garantire orizzonti di genitorialità anche di fronte a quadri clinici complessi. Inquadrare correttamente questo tema significa riconoscere che la protezione del potenziale riproduttivo è, a tutti gli effetti, un investimento sulla sostenibilità futura del sistema sociale ed economico. Proprio su questi presupposti si è sviluppato a Roma, nella cornice di Palazzo Wedekind, l’evento istituzionale intitolato Prevenzione della Fertilità e Medicina della Riproduzione, promosso dalla Fondazione Benessere Donna in sinergia con la rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief e con il contributo non condizionante di Merck (foto sotto). L’incontro ha visto dialogare esperti della comunità scientifica e decisori pubblici sull’urgenza di considerare la procreazione medicalmente assistita e la preservazione della fertilità come strumenti essenziali per contrastare una denatalità che appare sempre più condizionata da fattori biologici “prevedibili”. Il fulcro del dibattito si è concentrato sulla necessità di superare l’attuale impostazione del Servizio Sanitario Nazionale, che oggi garantisce la copertura per le procedure di preservazione della fertilità quasi esclusivamente alle pazienti oncologiche.

Con solo 324 mila nascite nel 2024 – il livello più basso dall’Unità d’Italia – e un tasso di fecondità fermo a 1,18 figli per donna, il paese continua a scivolare verso un sempre più rigido inverno demografico che, dal 2008, ha visto un calo delle nascite del 35 per cento. Secondo le proiezioni dell’ISTAT, se le tendenze attuali dovessero proseguire, la popolazione residente potrebbe scendere dagli attuali circa 59 milioni a poco più di 54 milioni entro il 2050 e a circa 47 milioni entro il 2070, con una progressiva riduzione della popolazione in età fertile, scesa dai 14,3 milioni nel 1995 agli 11,4 milioni del 2025. Come se questi dati non fossero già preoccupanti, l’Istituito Superiore di Sanità segnala che circa il 19% delle coppie che in futuro desiderasse avere un figlio potrebbe incontrare problemi riproduttivi; tra queste, circa il 4% sarà caratterizzato da sub-fecondità, ovvero da una capacità riproduttiva ridotta fino a tre o quattro volte rispetto alla norma. Un fenomeno vasto e multifattoriale che, se non adeguatamente affrontato anche dal punto di vista sanitario, rischia di aggravare ulteriormente il già marcato declino demografico del paese.

Secondo il Professor Nicola Colacurci, Presidente della Fondazione Benessere Donna e già Ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, è tempo di un cambio di paradigma che includa nei Livelli Essenziali di Assistenza anche quelle condizioni cliniche non oncologiche ma ad alto impatto sulle capacità riproduttive. Colacurci ha osservato come il Servizio Sanitario Nazionale ammetta e copra interventi di preservazione solo per chi affronta terapie oncologiche, mentre dovrebbero essere prese in considerazione anche le maggiori condizioni cliniche che riducono significativamente il potenziale riproduttivo delle donne. Secondo il professore, l’inserimento di tali prestazioni nei LEA permetterebbe di attuare una reale politica di prevenzione medica, evitando che queste procedure restino attività di nicchia confinate all’ambito privato. Oltre all’aspetto normativo, Colacurci ha sottolineato l’importanza di implementare interventi mirati a una maggiore formazione e consapevolezza, coinvolgendo non solo la popolazione ma anche gli specialisti e i medici di medicina generale.

Il tema della prevenzione dell’infertilità “prevedibile” trova una sponda istituzionale nelle parole di Maria Rosaria Campitiello, Direttore della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute. Campitiello ha dichiarato che la salute riproduttiva rappresenta oggi una priorità assoluta, non solo sanitaria ma anche sociale e demografica, evidenziando come l’obiettivo primario debba essere quello di evitare costi futuri più elevati per il SSN attraverso un approccio di medicina preventiva e personalizzata che allinei l’Italia ai più moderni standard internazionali.

L’analisi si è poi estesa alla sostenibilità economica e al ruolo dell’innovazione tecnologica, dove il contributo dell’industria diventa motore di equità sociale. Ramòn Palou de Comasema, Presidente e Amministratore Delegato Healthcare di Merck Italia, ha definito l’investimento nella prevenzione della fertilità come una scelta strategica per la sostenibilità del sistema Paese. Secondo Palou de Comasema, intervenire tempestivamente assicura un accesso equo ai trattamenti anche per quelle patologie non oncologiche che compromettono la capacità riproduttiva, trasformando la medicina in un garante di diritti oltre che di salute.

A chiudere il cerchio della discussione è stata la sintesi politica del Senatore Ignazio Zullo, Membro della 10a Commissione Affari sociali e sanità del Senato della Repubblica. Zullo ha sottolineato come la natalità sia la sfida più rilevante per il futuro dell’Italia, citando uno studio socioeconomico presentato durante i lavori che quantifica l’impatto di un eventuale intervento normativo. I dati indicano che la presa in carico da parte del Servizio Sanitario Nazionale consentirebbe, già nel primo anno, a ben 1.131 donne affette da endometriosi, sclerosi multipla e menopausa precoce di intraprendere il percorso per diventare genitori. La politica, ha concluso il parlamentare, ha il dovere di garantire un quadro organizzativo che permetta al sistema sanitario di rispondere efficacemente ai bisogni delle coppie, valorizzando appieno il contributo scientifico nella lotta al declino demografico.

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