Tecnologia che ascolta: interazioni meno macchinose. La filosofia della medicina moderna

Ingegneri clinici e istituzioni raccontano come l’innovazione si concretizza quando risponde ai bisogni reali di cura, dentro e fuori l’ospedale. Dalla casa di comunità all’ospedale: esperienze vissute e sfide del PNRR al centro del 26° convegno AIIC di Torino

Nel dibattito sulla riforma della sanità, l’innovazione tecnologica è spesso evocata come leva strategica per migliorare qualità, sicurezza e sostenibilità dei servizi. Ma la tecnologia, da sola, non basta: deve essere pensata, progettata e integrata nei percorsi assistenziali in modo da rispondere a bisogni reali, meno macchinosi, in modo da valorizzare le competenze professionali e generare benefici tangibili per i pazienti. È in questa prospettiva che l’ingegneria clinica assume un ruolo sempre più centrale, come professione capace di connettere ricerca, pratica clinica e organizzazione dei servizi.

È proprio l’idea di un’innovazione utile, concreta, radicata nella quotidianità della cura, a guidare il 26° Convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), in corso a Torino. Un tema che Umberto Nocco, presidente dell’Associazione, ha posto al centro del suo intervento inaugurale, definendo l’ingegnere clinico come un professionista che opera “in risposta al bisogno di salute dei pazienti, dentro e fuori l’ospedale: a casa, sul territorio, più o meno connessi tra loro, ma sempre con un denominatore comune: la tecnologia”. Nocco ha richiamato anche la recente enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, sottolineando la necessità di umanizzare le soluzioni hi‑tech. “Noi ingegneri clinici – ha affermato – siamo un popolo di tecnici che accetta la scommessa di costruire qualcosa utile alla convivenza essendo risposta alle necessità di salute. Una comunità professionale che dialoga con tutti per rendere questa costruzione ancora più efficace”.

Una testimonianza concreta di come l’innovazione possa davvero nascere in corsia è arrivata da Claudio Ronco, nefrologo dell’International Renal Research Institute di Vicenza, riconosciuto a livello internazionale per i suoi contributi nel campo dell’emodialisi. Ronco ha raccontato il percorso che ha portato allo sviluppo di una nuova generazione di dispositivi miniaturizzati, frutto di un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto ingegneri, designer e clinici. “Abbiamo studiato la fattibilità concettuale di dispositivi per dialisi analizzando tecnologie, ergonomia, design, fonti energetiche e aspetti logistici e gestionali”, ha spiegato, ricordando come l’insufficienza renale neonatale fosse una malattia orfana dal punto di vista tecnologico. Da questa consapevolezza è nato il progetto Carpediem – Cardio‑Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine, pensato per garantire efficienza, accuratezza e sicurezza in una fascia di pazienti estremamente fragile. “L’innovazione deve compiere un percorso che va dal letto del paziente al laboratorio – ha aggiunto – ma soprattutto deve nascere dalla collaborazione multidisciplinare, prendere forma e poi traslare nella coscienza collettiva”.

Il valore della collaborazione è al centro degli interventi di Leonardo Chiariglione (Presidente MPAI), Leandro Pecchia (Università Campus Biomedico di Roma) e Guido Costamagna (Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Roma), che hanno evidenziato come la tecnologia diventi realmente utile solo quando progettata insieme a chi la utilizzerà. Una prospettiva condivisa anche da Cinzia Marano, General Manager di Moderna Italia, che ha ripercorso l’evoluzione della tecnologia mRNA: nata come risposta urgente durante la pandemia, oggi rappresenta una piattaforma capace di generare una pipeline per patologie respiratorie, malattie rare, oncologia ed emergenze sanitarie. A chiudere la sessione dedicata al tema conduttore del convegno è stato Fabio Faltoni, presidente di Confindustria Dispositivi Medici, che ha ricordato un principio essenziale: “L’innovazione non nasce dallo stanziare risorse, ma da un ecosistema che permette a un’idea di trasformarsi in una soluzione concreta”. Un ecosistema che coinvolge clinici, ingegneri, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni, chiamati a creare condizioni favorevoli affinché la tecnologia arrivi davvero al cittadino. “Si finanzia quando il sistema investe sull’innovazione che migliora la salute”, ha concluso.

Accanto al tema dell’innovazione, il Convegno AIIC ha dedicato ampio spazio anche all’attuazione della Missione Salute del PNRR, con un focus su Case e Ospedali di Comunità. Achille Iachino, Direttore Generale dell’Unità di Missione del Ministero della Salute, ha ricordato che “i target per il PNRR in sanità sono stati pienamente raggiunti e la piena operatività è attualmente in corso”, evidenziando il rafforzamento dell’assistenza domiciliare come uno dei risultati più significativi, capace di ridurre la pressione sui servizi territoriali e migliorare la gestione della domanda sanitaria. Stefano Bergamasco, presidente del Comitato scientifico del Convegno, ha sottolineato il contributo degli ingegneri clinici nelle attività di verifica previste dal PNRR: “Questa esperienza è stata molto interessante e, per alcuni tratti, molto impegnativa, soprattutto per le tempistiche. Ha offerto a molti colleghi la possibilità di integrare tecnologie e informatica nelle nuove strutture, creando sinergie con operatori sanitari, medici di medicina generale, pediatri, specialisti e infermieri”.

Proprio sul ruolo degli infermieri si è soffermata Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, ricordando la collaborazione avviata con AIIC già nel 2019. “Nelle Case e negli Ospedali di Comunità la sanità deve ricomporre i diversi contributi professionali in un sistema coerente e continuo”, ha affermato. Il dialogo tra infermieri e ingegneri clinici, ha aggiunto, è ormai parte integrante delle aziende sanitarie, con ricadute concrete sull’uso delle tecnologie e sulla gestione dei percorsi di cura. Mangiacavalli ha concluso sottolineando che la crescente complessità del sistema richiede modelli organizzativi capaci di valorizzare la collaborazione multidisciplinare e l’utilizzo condiviso delle tecnologie, con livelli di autonomia differenziati in base alle competenze. Dunque il convegno AIIC di Torino restituisce un concetto basilare: l’innovazione efficace è quella che nasce dove si incontrano bisogni reali, competenze professionali e visione condivisa. Una prospettiva che conferma l’ingegneria clinica come una professione ponte, capace di unire mondi diversi e di trasformare la tecnologia in un alleato concreto della salute.

Convegno AIIC Torino

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