Sono circa 17 milioni in Italia le donne in menopausa e postmenopausa. Una fase che dura in media 30 anni, di cui 10-15 in piena attività lavorativa, e che porta con sé sintomi vasomotori, cambiamenti fisici e metabolici. Eppure solo il 5% ricorre alla Terapia Ormonale Sostitutiva, la TOS.
A dirlo è la sesta edizione di “Menopausa Hub: dalla fisiopatologia alla clinica”, evento formativo che ha riunito a Castelnuovo Berardenga specialisti e specializzandi con il contributo non condizionante di Theramex Italia. Al centro del confronto: i limiti di una terapia ancora poco utilizzata e la necessità di aggiornare la formazione dei ginecologi.
Terapia demonizzata, ma non tutte le TOS sono uguali
La TOS resta al centro di paure e fraintendimenti. “Contrariamente a quanto sostenuto, non ha effetti univoci – spiega il professor Marco Gambacciani, Responsabile del Centro Menopausa della Clinica San Rossore a Pisa e membro del direttivo della Società Italiana della Menopausa –. Non tutte le TOS, infatti, mostrano nel lungo periodo aumentati rischi. Dipende dai diversi costituenti del preparato utilizzato”.
Un segnale arriva dagli Stati Uniti, dove la FDA ha rimosso il “black box warning” su rischio tumore al seno, ictus, trombosi e malattie cardiovascolari da sei farmaci TOS. “È una svolta epocale – afferma Gambacciani – perché abbatte la paura che per anni ha bloccato l’utilizzo di queste terapie, anche da parte dei medici. Non è scientificamente corretto considerare le terapie come se fossero tutte uguali”.
I benefici vanno oltre i sintomi
Per le donne sane sotto i 60 anni o entro 10 anni dall’inizio della menopausa, la TOS ha benefici documentati: riduce il rischio di osteoporosi e fratture, migliora la qualità della vita e la salute genito-urinaria, contrasta l’accumulo di grasso viscerale e aiuta il metabolismo, migliorando la sensibilità all’insulina.
Oggi sul mercato esiste un’ampia varietà di preparati che differiscono per dosaggio, progestinico, via e regime di somministrazione. Una scelta che permetterebbe di personalizzare la terapia in base a età, sintomi prevalenti, caratteristiche e aspettative di ogni donna.
Il nodo della formazione
Il vero ostacolo, però, resta la preparazione dei medici. In Italia mancano percorsi universitari strutturati sulla menopausa e molti giovani ginecologi hanno poca esperienza sul campo. Una fotografia simile arriva dagli Stati Uniti, dove solo il 31% dei programmi di Ostetricia e Ginecologia include un percorso dedicato e appena il 29% dispone di un ambulatorio specifico.
“La mancanza di formazione fa sì che siano i ginecologi per primi a non conoscere a fondo le diverse opzioni terapeutiche”, osserva Gambacciani. “È fondamentale personalizzare la terapia con un dialogo tra ginecologia, endocrinologia, cardiologia, nutrizione e psicologia. L’obiettivo non è solo curare i sintomi, ma assicurare prevenzione e percorsi di cura davvero su misura”.
Eventi come “Menopausa Hub” puntano proprio a colmare questo gap, con aggiornamenti su TOS, approcci complementari e gestione clinica della fisiopatologia della menopausa. Lo scopo: aggiornare le competenze degli specialisti e superare i pregiudizi, per restituire alle donne terapie più adatte alla loro fase di vita.




