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Sempre più infermieri precari (+154%) e depressi. L’indagine nazionale del Nursing Up

Preoccupazioni sulle condizioni lavorative e di salute degli infermieri giungono dalla sigla sindacale Nursing Up: un’indagine nazionale rivela che sempre più infermieri sono precari (+154%) con il rischio che aumentino le malattie depressive. A rendere noto questo quadro nero della sanità è Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up

“Noi di Nursing Up abbiamo provato a chiedercelo, incrociando i dati di tre autorevoli indagini nazionali, rispettivamente quelle di Ragioneria dello Stato, ministero della Salute ed Eurostat, ed osservando il fenomeno attraverso la lente del “Rapporto Presme”, importante dossier del ministero della Salute spagnolo – spiega De Palma -. Un lavoro accurato, a cui abbiamo lavorato nelle ultime settimane con i nostri esperti, costruito su report che già di per sé, presi singolarmente, basterebbero a corroborare le nostre denunce, ma che, messi insieme, fanno emergere una realtà ancor più drammatica e preoccupante, che racconta più che mai che ci stiamo avvicinando ad un punto di non ritorno”.

Ha snocciolato i dati il Nursing Up. L’ultimo rapporto sulla totalità del personale sanitario del servizio sanitario nazionale pubblicato dal Ministero della Salute restituisce una fotografia in cui, tra il 2013 e il 2021, il numero del personale a tempo determinato è praticamente raddoppiato: passando dalle 26.521 unità del 2013 alle 52.846 del 2021, ovvero il 99% in più. 

E ancora numeri. Se il numero assoluto dei precari è in aumento, per quanto riguarda i medici, invece, gli assunti a tempo determinato tra i camici bianchi sono in calo: nel 2013 erano 7.210 contro i 6.458 del 2021, spiega la nota. Negli ultimi anni gli infermieri a tempo determinato sono però cresciuti addirittura del 154%, passando da 8.574 unità nel 2013 alle 21.809 del 2021.

Nell’Europa della sanità, circa un lavoratore su 8, ha un lavoro a tempo determinato, quindi precario. L’Italia si colloca al quinto posto di questa speciale classifica, ma registra la tendenza peggiore tra i 27 Paesi Ue nell’ultimo decennio.

Dalla rilevazione del conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, tra tutti i comparti della pubblica amministrazione quello più ‘ricco’ di personale a tempo determinato (il 39,23% seguito al secondo posto da Regioni ed enti locali con il 31,25%) è proprio il servizio sanitario italiano, a conferma che il problema è sicuramente molto più forte ed evidente tra i giovani professionisti sanitari, per i quali spesso, tra crisi economiche e blocchi del turn over, il ‘posto fisso’ nel servizio sanitario nazionale resta davvero un sogno.

Il ministero del lavoro spagnolo ha pubblicato un proprio studio, sponsorizzato dal Governo, sul lavoro precario associato al peggioramento della salute mentale, aggiunge la nota. Il ‘Rapporto Presme’ mostra, soprattutto nel caso delle donne della sanità, e questo ovviamente impatta in modo dirompente sulla oggettiva situazione italiana prima delineata, un rischio più elevato di depressione nelle situazioni lavorative più precarie, soprattutto se associate a turni massacranti, con stipendi poco dignitosi.

Come rimarca De Palma, i turni massacranti, gli stipendi non dignitosi e non rapportati all’aumento del costo della vita, le scarse prospettive sul futuro, l’escalation di aggressioni, aprono la strada al drammatico rischio di raggiungere, nel nostro Paese, nel giro dei prossimi 6 anni, un punto di non ritorno. “Se le politiche nazionali e regionali non argineranno il fenomeno del precariato, avviando un capillare piano di assunzioni, associato a una indispensabile valorizzazione economica – conclude De Palma -, avremo entro il 2030 un sistema sanitario in un vicolo cieco, con professionisti sanitari, in primis infermieri, infelici, potenzialmente depressi, e pronti a fuggire all’estero, o comunque non in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale”.

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