Gli andrologi sollevano la questione DRG e affermazione di genere: tutelare i pazienti, sostenere i centri pubblici. Confronto tecnico politico tra la Società Italiana di Urologia e la Segreteria Tecnica del ministero
Regolamentare l’affermazione di genere per garantire appropriatezza clinica, sicurezza dei pazienti e sostenibilità del sistema. È su questo asse che si è sviluppato il confronto tenutosi a Roma, presso la sede del Ministero della Salute in Lungotevere Ripa, tra i vertici della Società Italiana di Urologia (SIU) e il Capo della Segreteria Tecnica del Ministro, professor Nicola Bonaccini, affiancato dai funzionari dell’Ufficio Legislativo. Al centro del tavolo, due urgenze considerate ormai non più rinviabili: colmare il vuoto amministrativo che penalizza le strutture pubbliche nella classificazione degli interventi di affermazione di genere e affrontare la crescita delle autorizzazioni per interventi eseguiti all’estero, con rimborsi a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
La delegazione della SIU, guidata dal presidente Giuseppe Carrieri, si legge in un comunicato, ha visto la partecipazione tecnica di Carlo Bettocchi, Direttore dell’Unità Dipartimentale di Andrologia e Chirurgia dei Genitali Esterni dell’AOU “Ospedali Riuniti” di Foggia, e di Andrea Cocci, Responsabile del servizio andrologia del Dipartimento di Urologia di Careggi, Firenze. Due dei tre poli pubblici d’eccellenza in Italia – insieme al CIDIGEM di Torino – in grado di coprire l’intero spettro delle prestazioni chirurgiche di affermazione di genere.
La prima criticità sollevata riguarda la classificazione interna. L’assenza di codici DRG specifici costringe oggi gli ospedali a utilizzare codici generici legati al singolo organo o alla singola procedura, generando un mosaico amministrativo complesso, tempi dilatati e incertezza economica per le aziende sanitarie. A questa lacuna si collega il cortocircuito delle autorizzazioni oltreconfine: sulla base di una normativa del 1989, si registra un aumento significativo delle richieste di rimborso per interventi di “cambio di sesso” eseguiti all’estero, spesso in cliniche private, motivate dalla percezione di liste d’attesa elevate in Italia. Una dinamica che produce un doppio onere per lo Stato: rimborsare le prestazioni estere e gestire successivamente le complicanze post‑operatorie sul territorio nazionale.
“Il percorso di transizione di genere in Italia necessita di una riforma profonda che sia al contempo amministrativa e organizzativa”, ha dichiarato Carrieri. “Non possiamo più permetterci di gestire interventi così complessi attraverso la combinazione artificiale di DRG generici: è indispensabile istituire un codice DRG ad hoc che riconosca la specificità della chirurgia di affermazione di genere. Sul fronte internazionale, chiediamo di riconsiderare le prassi applicative del Decreto Ministeriale del 1989, rendendo più rigorosi i criteri documentali che supportano le autorizzazioni al rimborso. L’Italia dispone di centri pubblici con competenze specialistiche consolidate: la priorità deve essere il loro potenziamento, non l’invio sistematico verso prestazioni estere che disperdono risorse pubbliche”.
La SIU ha consegnato al Ministero una nota tecnica e normativa dettagliata, allegata alla richiesta ufficiale di incontro, per delineare la mappatura delle competenze nazionali e i nodi strutturali da affrontare. L’obiettivo condiviso è avviare una riflessione istituzionale permanente che coinvolga anche le Regioni, per garantire un uso efficiente delle risorse pubbliche e tutelare la salute dei pazienti attraverso la certezza clinica del Servizio Sanitario Nazionale.
IL COMMENTO
di Alessandro Malpelo
Il confronto tra SIU e Ministero della Salute mette in luce un tema che va oltre la chirurgia di affermazione di genere: la capacità del sistema pubblico di aggiornare i propri strumenti amministrativi e organizzativi per rispondere a bisogni clinici complessi e in evoluzione. L’assenza di codici DRG specifici non è solo un problema tecnico, ma un limite strutturale che incide sulla programmazione, sulla sostenibilità economica e sulla capacità di offrire percorsi chiari, sicuri e tempestivi. Allo stesso modo, la crescita dei flussi verso l’estero evidenzia la necessità di rafforzare i centri pubblici in Italia, valorizzando competenze che già esistono e che rappresentano un patrimonio a livello nazionale. Occorre allora garantire appropriatezza e sicurezza clinica, ma anche proteggere la sostenibilità del sistema, evitando che risorse pubbliche vengano disperse in circuiti esteri privi di integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale. La strada indicata dal confronto al ministero è quella di una governance moderna, capace di unire rigore amministrativo, valorizzazione delle eccellenze italiane e tutela dei pazienti. Una riforma che non riguarda solo un settore specialistico, ma il modo in cui il Servizio Sanitario Nazionale interpreta il proprio ruolo in un contesto di crescente complessità clinica e sociale.




