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“Coaching Impact Present”, il progetto pilota “palestra” di ICF Italia

Nel periodo pandemico un gruppo di Coach ha trovato una possibile chiave per progettare nuovi modi per lavorare insieme, per sé e per gli altri

Nel periodo pandemico che ha sconvolto la vita dell’intero pianeta, un gruppo di Coach ha trovato nella presenza, condivisione e co-creazione una possibile chiave per andare oltre e progettare nuovi modi per lavorare insieme, per sé e per gli altri. 

È nato così il Progetto “Coaching Impact Present”, iniziato a giugno 2021 con il sostegno del Comitato Direttivo di ICF e promosso dalla Coach associata e Team Leader Marlène Magnani.

Marlène, partendo dal fondamento che vede il Coaching come generatore di significativi impatti sociali, questa iniziativa ha l’obiettivo principale di capire come esso possa rispondere ai profondi cambiamenti che il Covid-19 ha portato nelle nostre vite. Qual è il valore per la comunità?

“Secondo me sono due le comunità principali a cui abbiamo portato valore: la comunità dei Coach associati al Chapter Italiano di ICF e quella che raggruppa i nostri clienti effettivi o potenziali. Il periodo del Covid ha marcato un cambiamento importante e noi Coach ci occupiamo proprio di accompagnare i nostri clienti nell’affrontare dei cambiamenti; quindi, era naturale per me interrogarmi su che cosa potessimo fare di utile. Quando abbiamo avviato il progetto Coaching Impact Present  (CIP) abbiamo cercato di individuare le tipologie di persone che avrebbero avuto maggiore beneficio dal Coaching in quel periodo storico. Nel frattempo le situazioni evolvevano e di conseguenza anche le modalità di intervento a cui pensavamo. Se il tema all’inizio della pandemia poteva essere il supporto a chi aveva un familiare ricoverato, in seguito è diventato reagire al long Covid o ancora la trasformazione delle modalità di lavoro. Per i Coach che hanno partecipato il valore è stato grande: in primo luogo hanno trovato una comunità in cui confrontarsi quindi hanno potuto sperimentare nuove modalità di lavoro condiviso, utili anche nella propria attività quotidiana individuale”. 

Qual è, invece, l’opportunità per gli altri stakeholders?

“Di sicuro per le aziende poter usufruire di proposte elaborate da un nostro “team di ricerca sviluppo” è un’opportunità di conoscere le persone della propria azienda ed individuare la presenza di un target specifico a cui rivolgere una strategia di wellbeing che si ripercuote su maggior soddisfazione al lavoro e di conseguenza maggiore produttività, minori giorni di assenza, maggiore consapevolezza ed empowerment. Inoltre, l’utilizzo di Coaching in ambito aziendale è un plus nelle politiche di attrazione e trattenimento talenti”. 

Abbiamo compreso che a questi bisogni sono stati associati dei target immaginando di progettare degli interventi di Coaching ad hoc. Vogliamo spendere qualche parola in più sulla figura del caregiver?

“Certo: nel primo anno ci siamo concentrati sull’individuazione di target specifici che maggiormente avevano sofferto nel periodo Covid e per questo avevamo individuato le madri lavoratrici, gli studenti, le organizzazioni ed i caregiver intesi come tutti quei famigliari di una persona anziana o con gravi deficit fisici o motori. Pensavamo a loro perché sono coloro che nel periodo Covid si erano visti chiudere i centri diurni, le scuole e tutte quelle strutture che, in tempi normali, permettono di alleggerirsi dei propri carichi di cura.  Nel frattempo, la situazione Covid evolveva e i caregiver in ambito organizzativo sono diventati scelta ed oggetto della nostra sperimentazione perché era una categoria che continuava a essere in difficoltà e che continuerà a esistere con le sue problematiche anche domani. I caregiver familiari sono più di 3milioni, in Italia: persone che in maniera gratuita e continuativa si prendono cura di familiari non autosufficienti o con patologie croniche invalidanti. Volevamo dare uno spazio ai caregiver per ricaricarsi, non a caso lo avevamo chiamato Ricari-Care, un momento in cui riflettere sulle proprie esigenze di “tirare il fiato” ed affrontare piccole e grandi difficoltà del quotidiano. Abbiamo pensato all’analogia con le indicazioni sugli aerei in caso di pericolo e la necessità di indossare la maschera di ossigeno prima di aiutare un bambino o chi non è in grado, a farlo. Prendersi cura degli altri non può escludere curare se stessi. Nello specifico, un servizio di Coaching per caregiver può alleviare lo stress da sovraccarico, migliorare il senso di appartenenza all’azienda, migliorare le relazioni in famiglia ed in azienda, aiutare a trovare equilibrio tra esigenze di caregiving e obiettivi di produttività e tanto altro con vantaggi migliorativi anche per l’azienda”.

Oltre al Coaching, ci sono altre competenze e metodologie che avete integrato nella progettazione? 

“Sì: fin dall’inizio il mio intento era valorizzare l’aspetto formativo per tutti e la possibilità di sperimentarsi in un contesto di valorizzazione dell’intelligenza collettiva. Il team organizzativo che mi ha affiancato e senza il quale questo progetto non sarebbe stato possibile è stato meraviglioso nel soddisfare questa mia volontà.  Il valore per i Coach che hanno partecipato al progetto è sicuramente stato potersi sperimentare e conoscere nuove metodologie, in particolare quella del design thinking che abbiamo seguito in tutte le fasi del progetto e la metodologia agile. Entrambe presuppongono un lavoro in team in cui sono necessarie molte capacità trasversali. Inoltre, per alcuni Coach è stata l’opportunità di acquisire nuovi strumenti tecnologici, di imparare a muoversi su una lavagna condivisa permettendo quindi di sviluppare nuove competenze informatiche. Il Design thinking ci è stato utile per focalizzarci sui bisogni delle persone, avere consapevolezza condivisa del problema, collaborare in team, orientarci nella complessità elaborando un prototipo e testandolo”.  

Guardando al futuro, come immagini “Coaching Impact Present” tra qualche anno?

“Mi piacerebbe che Coaching Impact Present diventasse un laboratorio, uno spazio in cui i Coach di ICF possano incontrarsi, confrontarsi e sperimentarsi con l’occasione di interagire ed evolvere insieme sotto il cappello del codice etico e delle competenze chiave sulle quali siamo stati formati e che ci accomunano. Mi piacerebbe che ci fosse sempre maggiore interdipendenza tra Cip e gli altri progetti di Foundation, il Dono ed Ignite. Mi piacerebbe, insomma, se CIP diventasse “la palestra” dei Coach ICF, cioè il luogo dove andare insieme a co-costruire nuovi orizzonti. Lasciatemi sognare in grande!”.  

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