Farmaceutica, incognita dazi. Cattani: “Si mette a repentaglio la salute e l’economia”

Il presidente Farmindustria avverte sulle potenziali conseguenze di un colpo all’export di medicinali: destabilizzazione della ricerca, discontinuità nelle terapie. “L’Europa rischia di perdere centralità”

La farmacoeconomia accusa tutto il peso del clima di incertezza di questi giorni, i governi si trovano a dover fronteggiare un cambiamento gravido di conseguenze che andranno oltre la mera sfera commerciale: l’applicazione di dazi in misura variabile sui farmaci da parte degli Stati Uniti (ora al 15%, ma l’Amministrazione Trump non esclude di rivederla al rialzo in futuro) potrebbe generare una crisi di portata continentale in Europa, siamo di fronte a una incognita che mette a repentaglio la salute e l’economia su scala globale. A lanciare l’avvertimento è Marcello Cattani, Presidente Farmindustria e CEO di Sanofi Italia e Malta, che ha commentato a caldo ieri gli sviluppi legati al cambio di passo della Casa Bianca: colpire i farmaci con balzelli ballerini equivale a “scherzare con la salute” di milioni di cittadini.

La misura prospettata negli Stati Uniti potrebbe tradursi in una perdita stimata di oltre 4 miliardi di euro. Un impatto diretto su prezzi, accessibilità, produzione e ricerca. Se i dazi fossero effettivamente applicati al 15%, il danno scenderebbe a 2,5 miliardi, ma le conseguenze rimarrebbero critiche.

«È una decisione che destabilizza il settore», ha dichiarato Cattani all’Ansa. «Parlare di dazi sui farmaci significa mettere in discussione la salute dei cittadini americani ed europei». In un sistema sanitario privatizzato come quello statunitense, a pagare sarebbero direttamente i malati, con assicurazioni costrette ad aumentare i premi. Categorie di farmaci essenziali, avverte, potrebbero diventare carenti persino nel breve periodo.

Ma le ripercussioni sarebbero anche geopolitiche. Secondo Cattani, si assisterebbe a uno spostamento degli investimenti verso la Cina, che ha già raddoppiato la propria quota di investimento globale nella ricerca farmaceutica: dal 5% di qualche anno fa al 30% attuale, mentre gli USA detengono il 35%. «Un effetto indesiderato per la stessa politica americana», osserva, «che finirebbe per rafforzare un avversario strategico come la Cina, a scapito dell’Europa, oggi troppo fragile».

Alcune aziende – Sanofi, Novartis, Astrazeneca e Roche – hanno già annunciato investimenti produttivi negli Stati Uniti. Un segnale della volatilità del settore, dove le imprese si muovono verso territori più favorevoli allo sviluppo. Tuttavia, l’avvio di nuovi stabilimenti richiede dai 3 ai 4 anni, un tempo che il mercato, con le sue dinamiche, forse non può permettersi.

L’Europa è chiamata a interrogarsi sul ruolo che intende avere in questa partita complessa e per certi versi imprevedibile. Per il presidente Farmindustria resta centrale il capitolo Europa, che è ancora «il primo mercato da valorizzare», ma soffre di croniche inadeguatezze: «Bruxelles non riesce a creare le condizioni per la competitività. Nonostante la presenza di talenti, infrastrutture e know-how, ci troviamo ancora in una situazione distopica, dove le opportunità vengono sprecate».

I commenti a caldo richiamano anche la lezione della pandemia: «Cosa accadrebbe in caso di una nuova emergenza globale? Chi sarebbe in grado di rispondere? Senza una strategia integrata e un ecosistema produttivo forte, non saremo preparati». Dunque la discussione sui dazi non può essere solo commerciale, le riflessioni investono la sfera clinica, sociale, economica e politica. I farmaci non sono beni di lusso, ma strumenti di pubblica utilità. Per Marcello Cattani, il sistema sanitario chiede scelte pragmatiche, equilibrate e lungimiranti, in grado di tutelare l’industria e la ricerca farmaceutica senza compromettere i diritti essenziali dei cittadini.

La roulette dei dazi ieri si è fermata sul numero 15, ma cosa potrebbe accadere in un prossimo futuro? Dopo settimane di tira e molla, bozze respinte e continui scambi di accuse tra le due sponde dell’Atlantico, le negoziazioni hanno portato a un risultato: Bruxelles e Washington hanno trovato una intesa su una tariffa generica del 15% sulle importazioni europee negli Stati Uniti. Questo accordo rappresenta un sollievo temporaneo, che può mettere in stand-by lo spettro di ritorsioni commerciali a breve. La firma dell’intesa di Turnberry, annunciata da Ursula von der Leyen e Donald Trump in Scozia, è stata siglata dal commissario UE, Maros Sefcovic, e dai rappresentanti americani Howard Lutnick e Jamieson Greer. La partita tuttavia potrebbe riaprirsi, a seconda di come procederanno le relazioni diplomatiche nei corridoi tra Washington, Bruxelles e le altre grandi capitali del mondo.

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