Al congresso Change in Cardiology 2026, che si è tenuto a Torino dal 9 all’11 aprile presso il Centro Congressi Lingotto di Torino, emerge con forza un messaggio chiaro: la vera sfida contro le malattie cardiovascolari non si vince solo in ospedale, ma si gioca dopo la dimissione. ll progetto Clear Pathway, di Piemonte e Valle d’Aosta, va in questa direzione.
In Italia, le patologie cardiovascolari restano la prima causa di morte, con circa 230.000 decessi l’anno. L’infarto miocardico acuto continua a colpire tra 130.000 e 150.000 persone ogni anno, ma il dato più critico riguarda il periodo successivo al ricovero: se la mortalità intraospedaliera è contenuta (3-5%), circa il 10% dei pazienti muore entro un anno dalla dimissione.
È questo il “paradosso italiano” sottolineato dagli esperti: eccellenza nella gestione dell’emergenza, ma fragilità nella prevenzione secondaria. A incidere sono soprattutto il mancato controllo del colesterolo LDL e la scarsa aderenza alle terapie, fattori che contribuiscono a decine di migliaia di morti evitabili ogni anno.
Proprio per colmare questo divario nasce il modello Clear Pathway, sviluppato in Piemonte e Valle d’Aosta. Si tratta di un percorso strutturato che punta a tradurre le linee guida in pratica clinica, migliorando il controllo del colesterolo e la continuità delle cure. Il progetto rappresenta un modello replicabile su scala nazionale e si fonda su strategie condivise tra specialisti, personalizzazione delle terapie e utilizzo di combinazioni farmacologiche più efficaci.
Il progetto Clear Pathway, recentemente pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia, è stato coordinato da Giuseppe Musumeci, Direttore S.C. Cardiologia, Ospedale Mauriziano di Torino, Giuseppe Patti Direttore della Cattedra di Cardiologia, Università Piemonte Orientale, e Ferdinando Varbella, Direttore Dipartimento Cardio-Neurologico ASL TO3 e Direttore S.C. Cardiologia Rivoli (TO), responsabili scientifici di Change in Cardiology, insieme a Federico Nardi, incoming president dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO).

Il messaggio dei relatori è netto: “Il vero problema oggi non è più solo l’infarto in sé, ma ciò che accade dopo”. L’aderenza terapeutica diventa quindi il punto cruciale su cui intervenire per ridurre la mortalità e prevenire nuovi eventi cardiovascolari.
In questo contesto, assumono un ruolo strategico le nuove terapie ipolipemizzanti, come l’acido bempedoico e gli inibitori PCSK9, che permettono di raggiungere più facilmente i target raccomandati dalle linee guida europee. Parallelamente, cresce l’attenzione verso nuovi fattori di rischio, come la lipoproteina(a), e verso un approccio integrato alla salute: la prevenzione cardiovascolare è infatti strettamente legata anche al rischio di diabete e declino cognitivo, incluso l’Alzheimer.

Il congresso evidenzia inoltre importanti innovazioni nel trattamento delle cardiomiopatie. Tra queste, spicca l’introduzione del mavacamten, primo farmaco in grado di agire direttamente sui meccanismi della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva, migliorando qualità di vita e riducendo il ricorso a interventi invasivi.
Il confronto internazionale rafforza questa visione: la cardiologia del futuro sarà sempre più orientata a strategie integrate, personalizzate e accessibili, capaci di intervenire precocemente sui fattori di rischio e di garantire continuità assistenziale.
In sintesi, da Torino arriva un’indicazione precisa: per salvare più vite non basta curare bene l’infarto acuto, serve accompagnare il paziente nel tempo. È nella prevenzione, nell’aderenza alle terapie e nell’organizzazione dei percorsi di cura che si gioca la vera sfida della cardiologia moderna.




