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Medici di famiglia, proposta di legge. Confronto acceso tra politica e sindacati

Orario strutturato di 38 ore, integrazione con le Case di comunità e remunerazione: il testo Benigni divide la categoria e scatena un dibattito serrato sulle prospettive della medicina territoriale e delle cure primarie

La medicina generale rappresenta da sempre uno dei pilastri del Servizio sanitario nazionale, primo presidio di prossimità per milioni di cittadini. Negli ultimi anni, però, il ruolo dei medici di famiglia è diventato terreno di confronto politico e professionale, tra carenze di personale, aumento della domanda assistenziale e necessità di riorganizzare la rete territoriale alla luce dei nuovi modelli previsti dal Pnrr. In questo scenario, ogni proposta di riforma accende inevitabilmente un dibattito che coinvolge istituzioni, professionisti e sindacati.

La riorganizzazione complessiva del lavoro dei medici di medicina generale, con un orario settimanale strutturato di 38 ore, una maggiore integrazione con le Case della comunità e un nuovo sistema di remunerazione basato anche su obiettivi è il cuore della proposta di legge a prima firma di Stefano Benigni, incardinata in Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, che punta a ridefinire attività, stato giuridico e trattamento economico dei medici di famiglia. Questo provvedimento, composto da otto articoli, mira a rafforzare il ruolo della medicina generale nella rete dei servizi territoriali, in linea con quanto previsto dal PNRR e dal decreto ministeriale 77 del 2022. Il testo stabilisce che i medici di assistenza primaria garantiscano 38 ore settimanali, suddivise tra attività a ciclo di scelta svolte nel proprio studio e attività orarie all’interno della rete territoriale, comprese le Case della comunità.

Uno dei punti chiave è la revisione dei criteri di remunerazione: l’articolo 3 introduce infatti una quota variabile collegata al raggiungimento degli obiettivi fissati dalle aziende sanitarie locali. Un meccanismo che punta a valorizzare la performance e a uniformare l’offerta assistenziale sul territorio. Per affrontare la carenza di medici, l’articolo 4 interviene sul corso di formazione in medicina generale, prevedendo dodici mesi di pratica presso un medico convenzionato e consentendo l’assegnazione di incarichi vacanti anche ai laureati iscritti al corso, sotto la supervisione di un tutor. Il testo introduce inoltre la possibilità di accesso anticipato al pensionamento per i professionisti prossimi alla fine della carriera.

«La proposta di legge è stata elaborata con le maggiori rappresentanze sindacali dei medici di famiglia e riteniamo vada incontro alle esigenze dei cittadini», ha riferito all’Ansa l’onorevole Stefano Benigni, che definisce il provvedimento «una base di partenza per mettere mano a una questione che si trascina da anni». Benigni precisa che la proposta «non prevede di integrare i medici di famiglia come dipendenti del Servizio sanitario nazionale ma, come da loro chiesto, li lascia in regime di convenzione, cercando di definire una migliore organizzazione della medicina territoriale». Il deputato annuncia inoltre un ciclo di audizioni con professionisti, associazioni di pazienti e direttori di aziende sanitarie, auspicando «una convergenza sul testo».

Ma la reazione dei sindacati non è unanime, e non si è fatta attendere. Snami e Smi esprimono un netto dissenso, contestando soprattutto l’impostazione delle 38 ore settimanali. Secondo la proposta, i medici con almeno 1.500 assistiti dovrebbero garantire 20 ore di attività in studio e 18 ore presso le Case della comunità. «Dalla lettura del provvedimento emerge con chiarezza un’impostazione inaccettabile, come già avevamo dichiarato lo scorso anno», afferma Angelo Testa, presidente Snami. Una posizione condivisa da Simona Autunnali, tesoriere nazionale del sindacato, secondo cui la proposta «riassume il peggio dei contratti di convenzione e dipendenza. Una legge che, se portata avanti, provocherà la fuga dei medici di famiglia e aggraverà il già scarso interesse nell’intraprendere questa professione». Si sottolinea inoltre che qualsiasi intervento normativo «deve essere costruito attraverso un confronto reale con i medici che garantiscono l’assistenza ai cittadini» e avverte che, in assenza di modifiche sostanziali, il sindacato è «pronto a mettere in campo tutte le iniziative di mobilitazione e protesta necessarie».

Critico anche il Sindacato Medici Italiani (Smi). «Chi parla delle attività degli studi dei medici di medicina generale per 20 ore a settimana più 18 ore presso le Case della comunità ignora tutto il lavoro di back office dietro l’apertura degli studi», osserva Pina Onotri, segretario generale dell’organizzazione dei camici bianchi. «Già oggi il carico di lavoro ammonta a 40-50 ore a settimana, quindi è difficile prevedere ulteriori 18 ore da dedicare alle Case della comunità». Lo Smi seguirà da vicino l’iter parlamentare: «Terremo informata la categoria su quello che accadrà. I medici sono gli unici che dovrebbero pronunciarsi in merito all’organizzazione del loro lavoro», conclude Onotri.

La proposta di legge apre dunque un confronto destinato a proseguire nelle prossime settimane, in un momento cruciale per il futuro della medicina territoriale. Tra esigenze di riforma, timori della categoria e necessità di garantire ai cittadini un’assistenza più capillare, il dibattito è solo all’inizio.

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