Sedentarietà, l’avvertimento degli scienziati: un adulto su tre non si muove abbastanza

Studi americani pubblicati su Nature Health e Nature Medicine confermano: la scarsa attività fisica è una costante da vent’anni ormai. Servono politiche motivanti e interventi coordinati

La sedentarietà è diventata una delle grandi epidemie silenziose del nostro tempo. In un mondo sempre più urbanizzato, digitalizzato e caratterizzato da ritmi di vita che favoriscono l’immobilità, l’attività fisica rischia di trasformarsi in un lusso o in un’abitudine residuale. Eppure, muoversi è uno dei pilastri fondamentali della salute pubblica: protegge da malattie croniche, sostiene il benessere mentale e contribuisce persino alla sostenibilità ambientale. Nonostante ciò, i livelli globali di attività fisica restano drammaticamente insufficienti.

Studi pubblicati su Nature Health e Nature Medicine mostrano come, nonostante l’offerta martellante da parte di palestre e centri fitness, i livelli globali di attività fisica non sono migliorati negli ultimi vent’anni. Oggi circa un adulto su tre e otto adolescenti su dieci non svolgono abbastanza movimento, ben al di sotto delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: 150 minuti di attività moderata a settimana per gli adulti e 60 minuti al giorno per bambini e ragazzi. Un quadro che si traduce in oltre cinque milioni di morti l’anno attribuite all’inattività fisica.

Un lavoro guidato da Deborah Salvo della University of Texas ad Austin, analizza i dati provenienti da 68 Paesi e mette in luce profonde disuguaglianze nelle modalità con cui le persone svolgono attività fisica. L’esercizio ricreativo, ad esempio, è molto più diffuso tra gli uomini benestanti dei Paesi ad alto reddito, con un divario di circa 40 punti percentuali rispetto ai gruppi più svantaggiati, come le donne povere del Sud del mondo. Al contrario, l’attività fisica legata al lavoro è più frequente nelle popolazioni economicamente svantaggiate. Lo studio conferma inoltre i benefici ormai consolidati del movimento: rafforza il sistema immunitario, riduce il rischio di malattie infettive, attenua i sintomi della depressione ed è associato a migliori esiti in caso di tumore. Un insieme di evidenze che rende ancora più urgente un cambio di passo nelle politiche di promozione dell’attività fisica.

Un secondo studio, firmato da Erica Hinckson della Auckland University of Technology, sottolinea un aspetto spesso trascurato: l’attività fisica può contribuire alla mitigazione e all’adattamento climatico. Camminare, andare in bicicletta o utilizzare forme di mobilità attiva riduce le emissioni e, allo stesso tempo, contrasta gli effetti del cambiamento climatico che rendono più difficile muoversi, come le ondate di calore o l’inquinamento atmosferico.

Un terzo lavoro, coordinato da Andrea Ramírez Varela della University of Texas Health Science Center di Houston, analizza 661 politiche sull’attività fisica adottate in diversi Paesi. I risultati mostrano che solo il 38,7% di queste assegna azioni a tre o più settori governativi, come sanità, istruzione o trasporti, evidenziando una scarsa collaborazione intersettoriale. Inoltre, il 26,5% delle strategie non misura l’impatto reale degli interventi, rendendo difficile valutarne l’efficacia.

Gli autori sottolineano la necessità di ampliare il riconoscimento dei benefici del movimento, diffondere politiche motivanti e interventi coordinati. Promuovere l’attività fisica, infatti, non è solo una questione di salute individuale, ma un investimento sociale che coinvolge urbanistica, trasporti, istruzione, ambiente e politiche del lavoro. Il messaggio che emerge è chiaro: per invertire la rotta servono interventi coordinati, politiche integrate e un impegno collettivo.

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