Aderenza terapeutica, ne parliamo nella puntata 13 di “Dentro la salute”

Si torna a parlare di aderenza terapeutica o meglio di quanto sia ancora difficile fare in modo che i pazienti prendano i farmaci che servono per curare la loro malattia. Si torna a parlare di scarsa aderenza alle terapie.

La scarsa aderenza alle cure è il tema portante della nuova puntata di Dentro la Salute. Attuale e urgente allo stesso tempo. 

Attuale e i numeri parlano chiaro. L’aderenza e la continuità terapeutica sono la base del successo delle cure, ma purtroppo, seppur con differenze tra varie patologie croniche, solo il 50% in media dei pazienti è aderente.

L’aderenza terapeutica alle cure è mediamente molto bassa e varia in base alla patologia: si passa da una percentuale compresa fra 52% e 55% per osteoporosi e ipertensione arteriosa, a meno del 20% per la cura dell’asma. Il dato tende a peggiorare in modo particolare fra i 6 e i 12 mesi dall’inizio della terapia.

Le cause della scarsa aderenza terapeutica sono di varia natura e comprendono la complessità del trattamento, l’inconsapevolezza della malattia, il follow-up inadeguato, timore di potenziali reazioni avverse, il decadimento cognitivo e la depressione, la scarsa informazione in merito alla rilevanza delle terapie, il tempo mancante all’operatore sanitario spesso oberato da pratiche burocratiche che sottraggono spazio fondamentale al confronto con il paziente. Tutti aspetti che si complicano in base all’età del paziente e alla concomitanza di poli-patologie.

L’aderenza terapeutica può essere implementata se tutti gli attori del sistema agiscono in maniera coordinata con strumenti comuni.

Gli specialisti si confrontano e cercano di porre le linee di azione per affrontare il drammatico problema.  Una fra tutti: dialogare di più con il paziente, facendo un’opera di persuasione sul paziente quando la prescrizione è veramente sostenuta da evidenze scientifiche, altrimenti non si avranno mai i livelli di aderenza terapeutica adeguati che si auspicano.

E’ fondamentale – sostengono – oltre ad andare alla ricerca dei pazienti ad alto rischio per trattarli prima che qualcosa accada, fare anche accettare le terapie e spiegare perché sono importanti coinvolgendo anche il caregiver”.

Il loro appello è quindi forte e chiaro: vanno scardinate le credenze popolari, i tabù.

Perché le paure dei pazienti sono disparate: molti pazienti rifiutano la terapia perché temono di doverla prendere per tutta la vita; c’è una diffidenza non giustificata rispetto al farmaco da prendere, come le statine, perché viene considerato pericoloso “per sentito dire”; spesso il rifiuto è anche legato al numero di farmaci che già assume il paziente.

Ecco perché è necessario che il medico metta in campo un’informazione più accurata ed efficace in modo da convincere il suo paziente che prendere i farmaci e continuare a farlo è l’unico modo per guarire da una malattia, oppure sopravvivere e avere una qualità di vita migliore.

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