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Caregiver in oncologia, un passo avanti verso l’integrazione nei modelli assistenziali

A Milano il primo corso nazionale dedicato a una figura spesso invisibile agli occhi delle istituzioni.

Nella pratica clinica al letto del malato, dove la diagnosi e la terapia occupano il centro della scena, esiste una figura silenziosa ma imprescindibile che accompagna ogni giorno chi affronta il tumore: il caregiver. Che si tratti di un familiare, di un amico, di un assistente dell’amministratore di sostegno o della badante, il caregiver è il sostegno quotidiano, il punto di riferimento emotivo e pratico per le persone sottoposte alle cure. Eppure, nonostante il suo ruolo sia determinante, questa figura resta ai margini dei percorsi sanitari ufficiali, priva di un riconoscimento formale che ne tuteli i diritti e ne valorizzi le competenze.

È in questo contesto che si inserisce il primo corso nazionale dedicato ai caregiver in oncologia. L’iniziativa, unica nel suo genere, ha accende i riflettori su una realtà tanto diffusa quanto trascurata, portando all’attenzione dell’opinione pubblica, della comunità scientifica e delle istituzioni la condizione dei caregiver delle donne colpite da tumori ginecologici.

Organizzato con la direzione scientifica della professoressa Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche, insieme alla professoressa Domenica Lorusso, Responsabile del Centro di Ginecologia Oncologica presso Humanitas San Pio X di Milano, il corso (foto sotto) ha rappresentato un momento di formazione e confronto a tutto campo. “Abbiamo fortemente voluto questo momento importante di confronto con l’obiettivo di dare voce, spazio e dignità a chi si prende cura, diventando di fatto un pilastro del percorso terapeutico”, ha spiegato Berardi, sottolineando la necessità di promuovere una maggiore consapevolezza sul ruolo del caregiver, individuare strategie di supporto e favorire la sua integrazione nei modelli di assistenza.

Il focus sui tumori ginecologici non è casuale: queste patologie, in crescita e caratterizzate da bisogni clinici, emotivi e relazionali complessi, generano un impatto profondo sull’intero nucleo familiare. “Quando la malattia arriva non colpisce solo la paziente, ma tutto il suo nucleo familiare”, ha dichiarato Lorusso. “I caregiver sono le prime persone che si approcciano alla nuova condizione e dobbiamo occuparci di più anche di loro, come società e come sistema. Abbiamo deciso di affrontare l’argomento partendo dai tumori ginecologici, perché quando è la donna ad ammalarsi la ricaduta sulla famiglia e sulla sfera affettiva e sociale è molto più grande”.

Secondo i dati presentati durante l’incontro, in Italia si registrano ogni anno circa 18 mila nuovi casi di tumori ginecologici, con l’endometrio e l’ovaio tra i più diffusi. A fronte di questa realtà, emerge con forza il ruolo del caregiver: sono circa 3 milioni le persone che si prendono cura di un malato oncologico, di cui il 75 per cento sono donne tra i 45 e i 65 anni, spesso attive professionalmente. Per molte di loro, il carico assistenziale comporta una riduzione del reddito e, in alcuni casi, l’abbandono della propria carriera. Una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità ha evidenziato come il 40 per cento dei caregiver familiari sviluppi patologie croniche legate allo stress, fino a sfociare nel burnout, cioè fino all’esaurimento.

Il corso, realizzato in collaborazione con Humanitas San Pio X, con il patrocinio di Women for Oncology Italy, in partnership non condizionante con EISAI, ha riunito esperti di fama nazionale e rappresentanti di associazioni di volontariato. Il confronto ha toccato tutti gli aspetti che un caregiver in oncologia deve affrontare: dalla gestione psicologica alla sfera sessuale, fino all’analisi del quadro normativo che dovrebbe includere e tutelare queste figure in modo più ampio.

L’iniziativa ha segnato un punto di svolta nel riconoscimento del caregiver come parte integrante del sistema assistenziale. Non più solo presenza affettiva, ma figura competente, da formare, sostenere e valorizzare. Perché prendersi cura di chi cura è, oggi più che mai, una necessità.

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