Borse di studio per le scuole di specializzazione disertate per il 50% di quelle messe a bando, sale operatorie spopolate di giovani esperti del bisturi, pronto soccorso sempre più sguarniti con i laureati più capaci che tra turni massacranti, ostilità dell’utenza, rischi e responsabilità crescenti, spopolano progressivamente le prime linee scegliendo il più gratificante e remunerativo settore privato oppure optando per altre specialità meno gravose: sono queste alcune delle ragioni per cui i chirurghi sono una specialità in via di estinzione. “Formare, accompagnare e sostenere un giovane chirurgo, nella sua crescita professionale e nelle sue abilità in sala operatoria è un percorso, lungo, faticoso e molto impegnativo. Un investimento però sul futuro della Sanità, sulla tenuta del sistema di cure pubbliche e per la tutela della Salute dei cittadini. È per questo che ho organizzato un corso di formazione per aiutare i giovani chirurghi a superare il timore del primo intervento in sala operatoria”. A parlare è Franco Corcione, caposcuola della chirurgia italiana, pioniere della chirurgia mininvasiva e laparoscopica avanzata, ex presidente della Società scientifica italiana di Chirurgia (Sic), che ha ricoperto ruoli accademici internazionali, distinguendosi per l’innovazione in ambito addominale e oncologico e che attualmente dirige la Chirurgia mininvasiva oncologica della Mediterranea. Proprio presso la struttura sanitaria di Via Orazio, Corcione il prossimo 6 marzo terrà la prima edizione di un corso ad hoc svolto in collaborazione con lo psicologo- ricercatore Giuseppe Errico, collaboratore nel campo della progettazione di Corcione sin dal 2013.
«L’obiettivo è sviluppare un modello innovativo di formazione – sottolinea ancora il chirurgo napoletano – destinato, a fare scuola per il futuro, teso a far superare ai giovani alcuni degli ostacoli che oggi assottigliano sempre più le Scuole ospedaliere e universitarie della Chirurgia. Ci vogliono molti anni per formare un bravo chirurgo e sempre più spesso registriamo all’uso delle equipollenze dei titoli per rinunce motivate da sfiducia e paura e talvolta anche dal peso delle responsabilità che gravano sulla nostra professione che oscilla sempre più tra il vorrei fare, curare l’ammalato anche più complesso, gettando il cuore l’oltre l’ostacolo e il “chi me lo fa fare” anche rispetto alla narrazione mediatica di rari eventi avversi che demonizzano l’operato dei colleghi».
«È questo lo spirito del congresso annuale di Chirurgia (I edizione) che abbiamo voluto intitolare “Io speriamo che me la cavo” – spiega Giuseppe Errico – in memoria dello scrittore scomparso Marcello D’Orta a cui ci legava un sentimento di amicizia e con cui vogliamo tessere un filo invisibile capace di unire il racconto autobiografico del suo famoso libro, che narra della sua esperienza di maestro di strada trasferito dalla Liguria in una scuola elementare nel napoletano dove affrontare disorganizzazioni sistemiche, genitori assenti e bambini abbandonati a loro stessi e che, dapprima intenzionato a fare un passo indietro poi decide poi di rimanere in prima linea per aiutare chi di lui ha in realtà un disperato bisogno». Ecco, il bisogno dei pazienti e la passione dei giovani chirurghi che hanno come missione la cura dei malati, rappresentano il lievito che dalla formazione con grandi maestri come Corcione e l’aiuto anche dello psicologo, possono far crescere la fiducia rifondando il rapporto tra medici e pazienti.
Il corso si terrà presso l’Aula Zannini della Clinica Mediterranea e che vedrà protagonisti specializzandi e neo-specialisti che si misureranno non solo sul piano scientifico ma anche in sala operatoria e in diretta televisiva. Per la prima volta nel panorama nazionale un congresso di chirurgia maggiore affida inoltre tutte le relazioni e le moderazioni scientifiche a medici in formazione e a giovani specialisti, ribaltando il tradizionale schema che vede quasi esclusivamente chirurghi senior al centro della scena congressuale. Coinvolti come tutor ci sono inoltre tutti i direttori delle scuole di specializzazione di Chirurgia generale della Campania: Roberto Troisi (Università Federico II), Ludovico Docimo (Università Vanvitelli) e Umberto Bracale (Università di Salerno). L’elemento di maggiore innovazione riguarda infine la parte live con tre interventi di chirurgia colorettale maggiore eseguiti in diretta da tre allievi del professore Corcione: Giuseppe Boccia, Giuseppe Magno e Pasquale Ruberto, che opereranno sotto lo stretto tutoraggio del primario punto di riferimento della scuola chirurgica partenopea e del dottore Alberto Porcelli suo primo aiuto presso la Clinica Mediterranea che con il direttore generale Giuseppe Marzio ha fortemente voluto l’iniziativa.
«La chirurgia non è solo tecnica e conoscenza – conclude il professore Corcione – ma anche esperienza vissuta, scelte coraggiose e capacità di affrontare l’incertezza. Nessuno di noi è diventato chirurgo da solo. Ognuno ha avuto dei Maestri che hanno indicato la strada, sostenuto nei momenti complessi e trasmesso, spesso con generosità silenziosa, quei “segreti” che non si trovano nei libri. L’obiettivo di questo percorso è proprio questo: rendere visibile ciò che solitamente resta nascosto. Raccontare le difficoltà incontrate anche dai chirurghi più esperti, condividere i percorsi, offrire strumenti concreti per affrontare con maggiore consapevolezza il vostro futuro professionale».
«In un momento storico e delicato in cui la chirurgia affronta una crescente crisi vocazionale – aggiunge Giuseppe Errico – e importanti sfide organizzative e medico-legali, questa iniziativa si propone come un segnale forte per investire sui giovani che poi significa investire sul futuro della disciplina e della cura umana».
Il corso rientra nell’ambito delle iniziative del progetto regionale “Dall’ospedale alla casa. Rete di prossimità per le cure domiciliari e la telemedicina” (cup B25I24000270008 – d 9), rivolto a pazienti cronici e oncologici ideato e diretto dalla associazione di promozione sociale Agenzia Arcipelago (dr.ssa Angela La Torre) e finanziato dalla Regione Campania con risorse a valere su fondi del Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali.
Un laboratorio di formazione reale e responsabile con un comitato scientifico diretto dallo stesso Corcione e dai suoi assistenti (Antonio Porcelli e Pasquale Ruberto).
Proprio Corcione, in merito alle recenti cronache sul trapianto pediatrico fallito al Monaldi a causa di un piccolo cuore danneggiato dal ghiaccio secco ha riposrtato il suo pensiero sulla pagina facebook: “Maradona ha sbagliato un rigore, ma la sua grandezza non è mai stata messa in discussione. Quale relazione esiste tra una vicenda che riguarda uno specifico ambito, la cardiochirurgia pediatrica, e la decisione di pazienti affetti da altre patologie di rinunciare alle cure ed ad interventi programmati in reparti che continuano a lavorare con competenza, professionalità, organizzazione e tecnologie robotiche uniche in Italia? Bisogna fermare l’ondata di sfiducia che si è improvvisamente abbattuta sull’Ospedale Monaldi, passato nell’immaginario collettivo, da centro di eccellenza nazionale a struttura da evitare. Il Monaldi è stato storicamente un punto di riferimento per la pneumologia, considerato per decenni il luogo migliore per la cura delle patologie respiratorie acute e croniche e, con l’attivazione di nuove divisioni specialistiche, si è trasformato in un centro di eccellenza per numerose discipline mediche e chirurgiche.
Bisogna effettuare a una valutazione lucida e razionale dei fatti, e continuare a considerare il Monaldi per ciò che è, uno dei migliori centri di diagnosi e cura della Campania e del Paese e a dare fiducia ai professionisti che vi lavorano con dedizione ogni giorno”.




