Si è tenuto il 25 marzo a Torino un importante incontro dedicato al tema del diabete, con particolare attenzione all’organizzazione dell’assistenza e al ruolo della medicina territoriale. Tra i protagonisti del dibattito, il medico di medicina generale Gianni Boella, che ha sottolineato i punti di forza e le criticità del sistema attuale, evidenziando l’importanza della prevenzione e del lavoro di squadra.
Secondo il medico di famiglia Gianni Boella, che è intervenuto alla tavola rotonda dell’evento organizzato da Motore sanità, “Diabete, l’unione fa la forza – insieme è più facile”, realizzato con il supporto incondizionato di Abbott, il Piemonte rappresenta una delle realtà più avanzate in Italia per quanto riguarda l’assistenza alle diverse forme di diabete. In particolare, la gestione integrata è oggi applicata soprattutto al diabete di tipo 2, tradizionalmente associato alla popolazione anziana, ma sempre più diffuso anche tra i giovani. Restano invece escluse, almeno per ora, altre forme come il diabete di tipo 1 e quello gestazionale. Una lacuna che, secondo gli esperti, potrebbe essere colmata in futuro ampliando il modello organizzativo.
L’importanza del lavoro in team
Uno degli aspetti più rilevanti emersi durante l’evento è la necessità di un approccio multidisciplinare. La gestione efficace del diabete non riguarda solo il rapporto tra ospedale e territorio, ma coinvolge una rete più ampia di figure professionali: medici di medicina generale, specialisti ospedalieri, infermieri, dietisti, volontari. Questo modello collaborativo diventa ancora più cruciale in un contesto di risorse limitate, dove l’integrazione può fare la differenza nella qualità delle cure.
Il medico di famiglia: primo presidio di salute
Il ruolo del medico di medicina generale è stato definito “fondamentale”. È infatti il primo punto di contatto con il paziente e può intervenire su due livelli: medicina di attesa: quando il paziente si presenta con sintomi o per controlli. Medicina di iniziativa: quando è il medico stesso a individuare soggetti a rischio, basandosi su familiarità, anamnesi e altri fattori. L’obiettivo è chiaro: anticipare la diagnosi. Intervenire precocemente significa migliorare la qualità della vita dei pazienti e ridurre i costi sanitari a lungo termine.
Prevenzione: la vera sfida
Un dato particolarmente significativo arriva da un progetto condotto a Torino su circa 900 persone quarantenni, apparentemente sane e senza fattori di rischio noti. I risultati hanno evidenziato che quasi il 40% presentava valori alterati, in particolare casi di dislipidemia. Questo conferma quanto già noto in ambito medico: molte patologie croniche, incluso il diabete, possono rimanere asintomatiche per anni. Da qui l’urgenza di rafforzare le attività di screening e prevenzione. Lo ha spiegato ai microfoni di Mondosanità il dottor Boella.
Il medico di medicina generale di Torino, Gianni Boella




