Farmaceutica, l’eccellenza che corre: export e produzioni in crescita. La digitalizzazione avanza

Industria, esperti e istituzioni al 65° Simposio AFI di Rimini delineano le priorità per mantenere la leadership in Europa: innovazione, intelligenza artificiale, semplificazione normativa e attrattività degli investimenti

L’industria farmaceutica è oggi uno dei settori più dinamici e vitali per la competitività dei sistemi economici avanzati. La combinazione tra ricerca scientifica, tecnologie digitali, capacità produttiva e investimenti globali sta ridisegnando gli equilibri internazionali, mentre Paesi e imprese si contendono talenti, infrastrutture e capitali. In questo scenario, la capacità di innovare, attrarre ricerca clinica e governare processi sempre più complessi diventa un elemento decisivo per consolidare posizioni di leadership e generare valore per l’intero ecosistema della salute. È da questo quadro che ha preso avvio il 65° Simposio dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI), inaugurato a Rimini. Un appuntamento che si è aperto con numeri che confermano il ruolo dell’Italia come uno dei principali hub farmaceutici globali: nel 2025 la produzione ha raggiunto i 74 miliardi di euro, mentre l’export ha superato i 69 miliardi, con un incremento delle esportazioni pari al +28,5%. Risultati che collocano il nostro Paese al vertice dell’Unione europea e al quarto posto nel mondo, trainando la crescita del Made in Italy e rafforzando un comparto che oggi impiega oltre 72.000 addetti altamente qualificati.

La tre giorni di Rimini nasce con l’obiettivo di valorizzare questa leadership, senza ignorare le questioni che rischiano di limitarne il potenziale. L’Italia, infatti, deve accelerare sulla digitalizzazione dei processi, sull’attrattività della ricerca clinica e sulla riduzione del peso burocratico, elementi che ancora frenano la competitività rispetto ai principali ecosistemi internazionali. Proprio su questo punto si è soffermato Giorgio Bruno, presidente AFI, sottolineando come “le nuove tecnologie, e in particolare l’intelligenza artificiale, stanno trasformando profondamente il lavoro dei ricercatori clinici, consentendo una gestione più efficiente dei dati, una maggiore capacità predittiva nella progettazione degli studi e una riduzione significativa dei tempi di analisi e di sviluppo”. Bruno ha richiamato l’importanza di osservare le best practice globali, citando Stati Uniti, Regno Unito e alcuni hub asiatici come modelli avanzati di integrazione tra ricerca, regolazione e innovazione digitale. “In questo contesto competitivo – ha aggiunto – l’Italia è chiamata a rafforzare la propria attrattività agendo su semplificazione normativa e digitalizzazione dei processi, mentre il tessuto industriale nazionale sta dimostrando una crescente capacità di recepire queste innovazioni, pur con margini di accelerazione ancora importanti”.

Una visione condivisa anche dalla vicepresidente AFI, Paola Minghetti, che ha offerto una lettura puntuale dello stato della ricerca clinica nel nostro Paese. “Lo scenario attuale evidenzia un’elevata qualità scientifica e un forte potenziale, ma anche criticità strutturali che ne limitano la competitività internazionale”, ha osservato. Tra i nodi principali, Minghetti ha indicato la frammentazione dei sistemi sanitari, la disomogeneità digitale tra territori e tempi autorizzativi ancora troppo lunghi, che rallentano l’avvio degli studi e riducono l’attrattività dell’Italia per gli investimenti in R&D. A ciò si aggiunge una gestione dei dati sanitari non pienamente interoperabile e un’adozione delle tecnologie emergenti, inclusa l’intelligenza artificiale, ancora non uniforme.

Sul piano regolatorio, Minghetti ha richiamato la necessità di riforme non più rinviabili: armonizzazione e semplificazione delle procedure di sperimentazione clinica, tempi certi, riduzione delle duplicazioni tra livelli nazionale e regionale. E soprattutto una cornice normativa coerente tra AI Act e Spazio Europeo dei Dati Sanitari, con regole proporzionate al rischio e realmente applicabili. “È necessario accelerare la costruzione di una governance unica e interoperabile dei dati sanitari – ha affermato – affinché il patrimonio informativo diventi un acceleratore di innovazione e non un ulteriore elemento di complessità amministrativa”. Il tema dell’attrattività è stato al centro anche dell’intervento di Fabrizio Greco, presidente Assobiotec – Federchimica, che ha richiamato l’urgenza di creare un ambiente favorevole agli investimenti. “Per investire in Italia – ha commentato – alle imprese del biotech serve prima di tutto un’infrastruttura nazionale di certezze: certezza nei tempi della ricerca clinica, superando le lungaggini dei comitati etici locali, un quadro fiscale stabile, che tuteli la proprietà intellettuale e una governance della spesa che consideri il farmaco innovativo un investimento, non un costo”. Greco ha evidenziato come solo eliminando il rischio burocratico e mobilitando capitali nazionali per lo scale-up sia possibile trasformare l’Italia in un hub realmente competitivo a livello globale.



Le giornate del Simposio AFI si aprono dunque con una fotografia nitida: il settore farmaceutico italiano è un’eccellenza riconosciuta, capace di generare valore economico, occupazione qualificata e innovazione scientifica. Ma per mantenere e ampliare questa posizione occorre una spinta decisa su digitalizzazione, semplificazione normativa e capacità di attrarre ricerca clinica internazionale. Una scommessa che richiede visione, investimenti e un dialogo costante tra industria, istituzioni e comunità scientifica. L’appuntamento dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria delinea un futuro nel quale l’Italia può consolidare il proprio ruolo di protagonista, a condizione di trasformare le opportunità tecnologiche e regolatorie in leve concrete di competitività.

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