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Malattie rare, la gestione della fenilchetonuria tra età pediatrica e vita adulta

Iniziative per ridefinire i modelli di presa in carico multidisciplinare della PKU, e abbattere le disparità regionali nell’accesso alle cure

La gestione delle patologie metaboliche ereditarie rappresenta una delle questioni aperte di un sistema sanitario che si evolve verso la medicina di precisione. La capacità di garantire una continuità assistenziale che superi i confini delle singole regioni e le barriere anagrafiche tra età pediatrica e adulta è diventata il vero parametro di efficienza. Garantire che un bambino con una sindrome metabolica complessa possa diventare un adulto inserito pienamente nel tessuto sociale, lavorativo e relazionale richiede una visione che sappia integrare la biochimica con la logistica assistenziale e il supporto psicosociale. Con queste premesse si è svolto a Roma, presso la sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale a Montecitorio, l’evento istituzionale “PKU: dal percorso di cura integrato alla qualità di vita”, primo appuntamento del ciclo APCO Health Talks, realizzato con il supporto incondizionato di PTC Therapeutics. Al centro del dibattito la fenilchetonuria (PKU), una malattia metabolica rara con un’incidenza di un caso ogni 4mila nuovi nati. Sebbene l’Italia vanti strumenti d’eccellenza come lo screening neonatale, i lavori hanno evidenziato come persistano criticità profonde, specialmente nella delicata fase di transizione dei pazienti dai centri pediatrici a quelli per l’età adulta, dove spesso la continuità del trattamento e il monitoraggio multidisciplinare subiscono pericolose battute d’arresto.

Il senatore Orfeo Mazzella, vicepresidente della Commissione Affari Sociali del Senato e promotore dell’Intergruppo parlamentare malattie rare, ha ribadito l’impegno delle istituzioni nel mantenere alta l’attenzione su queste patologie. Secondo Mazzella, la PKU è l’esempio emblematico delle sfide del sistema: l’obiettivo è lavorare affinché i modelli di presa in carico diventino realmente omogenei ed equi, eliminando quel “gap” territoriale che ancora oggi condiziona le prestazioni a seconda della residenza del paziente. Un approccio che deve basarsi non solo sulla volontà politica, ma su una rigorosa programmazione scientifica guidata dai dati. Proprio sul valore della raccolta informativa si è soffermata Paola Torreri, Primo Ricercatore del Centro Nazionale Malattie Rare e responsabile del Registro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). L’illustre relatrice ha evidenziato come i registri siano la chiave di volta per comprendere i bisogni reali dei pazienti e supportare decisioni di governance orientate all’equità. Disporre di flussi di dati aggiornati permette infatti di monitorare i percorsi di cura nel lungo periodo, garantendo che le scelte amministrative siano modellate sugli esiti clinici e sulla reale continuità assistenziale. Tuttavia, la cura della PKU non può limitarsi alla sola dimensione biochimica o statistica. Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttrice dell’Osservatorio Malattie Rare (OMAR), ha sottolineato come la qualità della presa in carico incida sulla quotidianità in modo profondo: è essenziale che le politiche sanitarie includano la sostenibilità dei percorsi per i caregiver e la possibilità per i pazienti di partecipare alla vita scolastica e lavorativa senza lo stigma della malattia. Mettere al centro la voce delle associazioni significa, in ultima analisi, costruire risposte che vadano oltre la terapia farmacologica per abbracciare la qualità della vita intesa come benessere sociale complessivo.

La fenilchetonuria (PKU) è una malattia genetica rara del metabolismo, causata dall’assenza o dal malfunzionamento dell’enzima fenilalanina idrossilasi (PAH), che ha il compito di convertire l’aminoacido essenziale fenilalanina (presente in quasi tutte le proteine) in un altro aminoacido, la tirosina. In assenza di questo enzima, la fenilalanina si accumula nel sangue e nei tessuti, diventando tossica per il sistema nervoso centrale. Se non trattata precocemente con una dieta rigorosa a basso contenuto proteico, la PKU porta a disabilità intellettiva grave, ritardi nello sviluppo, disturbi del comportamento e problemi neurologici permane. C’è un legame stretto, ma indiretto, col metabolismo dell’acido folico e BH4. L’enzima PAH, per funzionare, ha bisogno di un cofattore chiamato tetraidrobiopterina (BH4). Il metabolismo della BH4 è correlato a quello dei folati (acido folico). Esistono forme di iperfenilalaninemia (non di tipo I) causate proprio da difetti nella sintesi o nel riciclo della BH4, dove l’integrazione di acido folico e precursori dei neurotrasmettitori è parte della terapia. Il rene è l’organo deputato all’escrezione dei metaboliti della fenilalanina (come l’acido fenilpiruvico). Il termine “fenilchetonuria” deriva proprio dalla presenza di questi “chetoni fenilici” nelle urine, che conferiscono loro un tipico odore muschiato. Tuttavia, la malattia non nasce nel rene, ma nel fegato (dove risiede l’enzima PAH). I pazienti con PKU sono a costante rischio di carenze nutrizionali a causa della dieta restrittiva (che esclude carne, pesce, uova e latticini). Il ferro è uno dei micronutrienti che deve essere costantemente monitorato e integrato attraverso alimenti a fini medici speciali per evitare anemie e deficit cognitivi.

Le evidenze cliniche confermano che una PKU non trattata adeguatamente può essere all’origine di problemi di apprendimento e memoria, disturbi motori e alterazioni della sfera dell’umore, che spaziano dall’ansia e la depressione fino a manifestazioni di iperattività e aggressività, culminando, nei casi più severi, in un ritardo intellettuale permanente. Per contrastare questa deriva, la strategia primaria resta un regime alimentare ipoproteico estremamente rigido, integrato con l’assunzione di aminoacidi sintetici. L’obiettivo è duplice: ridurre l’apporto di fenilalanina e mantenerne i livelli entro i limiti rigorosi raccomandati dalle linee guida europee, modulati in base all’età del paziente. In Italia, un momento di svolta fondamentale è stato il 1992, anno in cui la PKU è stata inserita nello screening neonatale obbligatorio. Questa scelta di politica sanitaria ha permesso di compiere passi avanti decisivi nella diagnosi precoce e nell’inserimento immediato dei neonati nel corretto percorso di cura, cambiando il destino biologico di migliaia di cittadini.

Esiste una coorte di persone, nate prima del 1992, che hanno ricevuto una diagnosi tardiva e che portano ancora oggi i segni di difficoltà cognitive pregresse. Parallelamente, anche i pazienti che seguono correttamente le terapie devono affrontare ostacoli quotidiani che possono minare l’aderenza al regime dietetico, rendendolo meno efficace. Risulta quindi fondamentale non limitarsi al solo controllo periodico dei livelli di fenilalanina, ma mantenere un dialogo costante e multidisciplinare con i pazienti. Valutare la capacità di gestione della malattia e l’insorgere di eventuali problematiche psicologiche o sociali è l’unico modo per garantire che la prevenzione del danno neurologico si traduca, effettivamente, in una vita piena e senza limitazioni.

L’incontro Apco di Roma segna l’inizio di un percorso strutturato che vedrà nei prossimi mesi nuovi appuntamenti volti a trasformare queste riflessioni in soluzioni concrete. La sfida della PKU, dunque, si sposta dal piano della diagnosi a quello della gestione cronica, dove l’integrazione tra clinica, nutrizione e supporto psicologico deve diventare lo standard garantito per ogni paziente, lungo tutto l’arco della vita.

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