Pnrr, oggi in Aula la rimodulazione dei fondi: Il nodo della Sanità in mano alle Regioni

Pnrr, si riparla di rimodulazione: su 194 miliardi stanziati ne sono stati spesi finora solo 86 e sulla Sanità, come emerge dal recentissimo report di Agenas sulla Missione 6 relativa alla realizzazione del riordino della assistenza territoriale attraverso gli strumenti delle Case e ospedali di Comunità e delle centrali operative territoriali – il Paese viaggia a due velocità ma il nodo resta la cronica mancanza di camici bianchi per attivarle a cui solo in parte si potrà provvedere con la cessione di ore da parte dei Medici di medicina primaria investiti del nuovo ruolo unico o attraverso strumenti come l’ospedale virtuale e la telemedicina.

A distanza dunque di nove mesi dal freno tirato dal governo a stop a progetti e cantieri in tutti i settori ora si torna a discutere per riorganizzare la spesa del Recovery: oggi pomeriggio nella Sala Verde di Palazzo Chigi è stata convocata la Cabina di regia dal ministro Tommaso Foti che ne riferirà poi alla Camera il primo ottobre come concordato ieri dalla Conferenza dei capigruppo. Avanzamento delle misure, analisi dei dati della piattaforma Regis, il salvataggio delle opere realizzabili nei tempi previsti, semplificazione per le altre al fine di creare scivoli nei tempi di attuazione i principali obiettivi del Governo. Spendere per intero la torta dei 194 miliardi assegnati all’Italia (da rendicontare entro il fine 2026) col passare dei mesi sembra infatti sempre più una meta irraggiungibile. L’Italia è il Paese che finora ha ricevuto la maggiore assegnazione di risorse, 140 miliardi (il 72% del totale) dopo la settima rata avendo raggiunto tra riforme e progetti tutti i target concordati con Bruxelles. La prima delle tre rati anche ancora mancano all’appello dovrebbe arrivare novembre-dicembre di quest’anno ma il tempo stringe per loro utilizzo.
Il Ministro per gli Affari regionali, Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione,  rispondendo ad un’interrogazione di Italia Viva durante il Question time alla Camera ha tuttavia chiarito che per le Case e gli Ospedali di Comunità con un obiettivo Pnrr di 1038 strutture sono stati aperti 1.274 cantieri con 191 chiusi mentre nel caso specifico degli Ospedali di comunità se nel Pnrr sono 307 ne sono stati avviati 382 e conclusi 52. Il 10 di settembre – ha aggiunto – – quindi pochi giorni fa, proprio perché questo è un Governo responsabile e si carica anche di responsabilità che dovrebbero appartenere ad altri, soprattutto ad alcune regioni, per i quali mi auguro che i coordinatori regionali, vecchi o nuovi, si attivino, ci hanno ugualmente risposto che raggiungono gli obiettivi. La misura 6 dipende quasi in via esclusiva dalle Regioni. Il 6 di marzo abbiamo fatto una cabina di regia con i Presidenti delle regioni per chiedere a che punto erano sui vari interventi, tra cui case di comunità, ospedali di comunità. Ci è stato detto: non preoccupatevi, gli obiettivi li raggiungiamo. Tutti ci hanno detto che, per il 30 giugno 2026, gli obiettivi saranno raggiunti. Se disaggreghiamo quei dati, ne hanno attivati il 94 per cento Lazio, Liguria e Veneto per quanto riguarda le case di comunità. Se parliamo degli Ospedali di comunità il 96 per cento è di Abruzzo, Marche, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Veneto”. In soldoni a 9 mesi dalla scadenza le Case di comunità aperte sono solo 191 mentre Agenas dice che serviranno cinque o sei anni per completare quei progetti. Insomma il rischio cattedrali nel deserto è molto alto. Un fallimento per il riordino delle cure di prossimità a cui occorrerebbe iniziare a pensare con interventi e riforme strutturali perché le case di comunità dovrebbero ridurre le liste d’attesa e rendere funzionale l’alternativa all’accesso improprio nei pronto soccorso incidendo sulle liste di attesa che non si riesce a ridurre. Così se gli ospedali di comunità dovrebbero aiutare nel passaggio tra l’ospedalizzazione e il domicilio al loro fallimento corrisponderà un’immutata mancata risposta alle cronicità se a 9 mesi dalla scadenza funzionano 50 strutture su oltre 300 e che, se anche fossero tutte realizzate, avrebbero enormi difficoltà a funzionare perché vanno tutte popolate di camici bianchi che allo stato non ci sono nemmeno nei servizi attuali”. Una partita insomma che può essere vinta solo agendo con coraggio salvando quello che c’è da salvare della riforma attuata nel 2022 con Dm 77 nato già vecchio per guardare ad un riassetto organico della assistenza del territorio.

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