Strage a Modena, Salute mentale: un’emergenza strutturale

Era stato in cura presso il Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia ma aveva interrotto il percorso terapeutico da circa due anni prima dell’accaduto, il responsabile dell’investimento multiplo di sabato a Modena Salim El Koudri. Un 31enne residente a Ravarino con cittadinanza italiana. In base alle ricostruzioni ufficiali e sulla scorta delle indagini, soffriva di un grave disagio psichico, diagnosticato dagli specialisti come un disturbo schizoide della personalità. Se da un lato, dunque, gli inquirenti hanno escluso la matrice terroristica o la radicalizzazione religiosa (il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «situazione di disagio psichiatrico evidente» aggiungendo che “per il mestiere che ci è dato di fare non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo”) la tentata strage è da ricondurre a precarie condizioni di salute mentale sfuggite alla presa in carico del Dipartimento di salute mentale del territorio.
“Quello di Modena è un dipartimento di Salute mentale che funziona – sottolinea Giuseppe Ducci, vicepresidente del Collegio nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 1 – la questione è strutturale e rimanda a duqe nodi irrisolti: le carenze di personale che non si riesce a rimpiazzare in quanto sono pochi i giovani psichiatri che rispondono “presente” per alcuni dei servizi di Salute mentale del territorio più gravosi e la assoluta necessità di formare le nuove generazioni di specialisti su necessità e programmi per “i persi di vista”. Ossia pazienti gravi che non aderiscono alle cure e che sfuggono al controllo. Gli specialisti mancano per una programmazione sbagliata negli anni passati. Abbiamo difficoltà a reperire colleghi nelle carceri, nei Serd (Servirebbe una specializzazione ad hoc) e nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura”. Occorre dunque, secondo Ducci, che il Miur riformuli i fabbisogni per tutte le categorie di medici, sia creata una specializzazione ex novo in Medicina delle dipendenze allargando la selezione anche agli specializzandi.
In effetti nella variegata mappa della qualità dell’assistenza nelle Regioni stilata dalla Siep (Società italiana di Epidemiologia Psichiatrica) nel 2024, l’Emilia Romagna figura tra le compagini più virtuose con un ranking tra i più alti dopo le province autonome di Trento e Bolzano e del Friuli Venezia Giulia. “Ë difficile per i Servizi seguire, in questo caso inseguire, un paziente che rifiuta le terapie. Scomparso il delirio, compare la depressione – spiega Paolo Cantalupo, Psichiatra, presidente in Campania della commissione regionale salute mentale della Cimo – il paziente di Modena era un delirante paranoico. Il paranoico col suo delirio di grandezza si riposiziona al centro del mondo. La trama islamista serve solo a legittimare la sua pulsione omicida. Che resta, dunque, fondamentalmente preideologica. Essenziale, ossia, strutturale e biologica. Purtroppo, quando, con le terapie, scompare il delirio, compare la depressione. Il delirio ë una forma vitale, seppure malata, di sopravvivenza”.
Che la presa in carco dei gravi malati di mente sia un nodo irrisolto nel governo della Salute nel nostro paese lo ha del resto certificato negli ultimi anni in più occasioni anche il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha per questo ispirato il Piano d’azione per la Salute mentale 2025-2030, finanziato con 80 milioni nell’ultima legge di Bilancio e approvato all’unanimità, a dicembre scorso, dalla Conferenza Stato-Regioni.
In Italia «circa una persona su sei soffre di disturbi mentali. Disturbi che, negli ultimi anni, sono aumentati e che coinvolgono sia la popolazione adulta che quella più giovane. Un quadro allarmante, esploso con la pandemia, e che ha poi visto dal 2024 (finalmente) moltiplicarsi gli sforzi per migliorare l’assistenza in un’ottica One Mental Health con iniziative istituzionali ma anche del privato, focus specifici su fasce di popolazione più fragili, come i giovanissimi, il cui disagio si manifesta in “effetti collaterali” come i disturbi del comportamento alimentare. Anche i pacchetti di welfare aziendale più avanzati prevedono un’attenzione anche al disagio psicologico.

Chi lavora sul campo, come i direttori dei Dipartimenti di Salute mentale, ha ben presenti i dati sconfortanti con cui fare i conti: “Dal 2015 al 2022, i finanziamenti sono scesi da 3,79 miliardi (3,49% del Fabbisogno sanitario nazionale) a 3,476 miliardi (2,9%), rispetto a un obiettivo minimo del 5% che è lo standard raccomandato per Paesi a basso-medio reddito – avverte Fabrizio Starace, direttore del dipartimento di Salute mentale di Torino – presidente dell’organismo nazionale che rappresenta i dipartimenti – diamo atto allo sforzo del governo che ha stanziato nuove risorse ma resta abissale la distanza da Paesi in cui si supera il 10% della spesa sanitaria come UK, Francia e Canada. Il sottofinanziamento della Salute mentale è un boomerang che genera costi maggiori per l’intero sistema: ricoveri, farmaci, perdita di produttività e impatto familiare. Secondo la stima Ocse i costi determinati da problemi di salute mentale per mancati investimenti impattano nel complesso per il 3,3% sul Pil. Oggi a questo si aggiunge la necessità di recuperare due generazioni di medici persi che riducono la funzionalità dei servizi sui territori per cui è difficile o quasi impossibile inseguire chi si sottrae alle cure”.
Da qui l’obiettivo di guardare a questo tema con una visione nuova e integrata che tenga presenti non solo gli aspetti clinici ma anche a quelli sociali, culturali e ambientali. La tutela della salute mentale si base su prevenzione, prossimità e integrazione.
La priorità assoluta sono i giovani a cui il nuovo Piano nazionale salute mentale dedica un focus specifico. Un adolescente su sette, tra 10 e 19 anni soffre di disturbi mentali, spesso non riconosciuti. Il suicidio è la terza causa di morte tra 15 e 29 anni.
Il Piano dell governo punta per questo alla diagnosi precoce, a rafforzare la neuropsichiatria infantile, garantire équipe multidisciplinari che coinvolgano famiglie, scuole e istituzioni locali affinché siano coinvolti sanità, scuola, famiglia, territorio. 
Se la vera battaglia è culturale, ossia normalizzare la richiesta di aiuto, abbattere lo stigma, costruire una cultura della prevenzione che parta dalle scuole e dalle famiglie, dall’altra c’è la necessità di garantire una reale presa in carico dei disturbati a rischio di passaggio all’atto contro se stessi e contro gli altri. Ha stilato un decalogo per cambiare la rotta dell’assistenza psichiatrica sul territorio in Italia calato nel contesto dei profondi cambiamenti epocali che segnano una svolta dal punto vista sociale, economico e culturale. Sfide che esigono risposte nuove e più adeguate ai bisogni emergenti dell’utenza e degli operatori della Salute mentale nel nostro Paese.
Oltre alle risorse da dedicare strutturalmente in misura non inferiore al 5% del Fondo sanitario nazionale e regionale (di cui il 2% per i servizi per l’infanzia e l’adolescenza e l’1,5% per i servizi per le dipendenze) serve anche un passaggio da un modello prevalente di una psichiatria generalista nella quale prevale l’approccio medico farmacologico, ad un potenziamento dei trattamenti di psicoterapia e di riabilitazione basati su prove di efficacia e specifiche aree di intervento che richiedono competenze specialistiche integrate.
Vanno inoltre sviluppati secondo il collegio dei Dsm gli interventi di prossimità nei contesti di vita, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei Pronto Soccorso, favorendo la crescita di reti di salute mentale estese oltre i confini organizzativi dei Dipartimenti, che tengano conto anche della multiculturalità associata ai rilevanti fenomeni migratori. Il modello organizzativo attuale del dipartimento integrato con le dipendenze patologiche e i servizi per età evolutiva? Va esteso garantendo la transizione intorno al diciottesimo anno di età. E infine: i Dsm non possono coprire l’intera offerta di servizi per la Salute mentale, ma devono svolgere un ruolo di governo di tutti gli enti accreditati, sia nell’ambito della psicoterapia che della residenzialità che assorbe oltre il 40% della spesa per la salute mentale (in alcune regioni ben oltre questa soglia), spesso senza la realizzazione e il monitoraggio di percorsi riabilitativi realmente evolutivi. Ai Dsm dovrà essere riconosciuto, semmai, un ruolo di regia. Senza dimenticare l’integrazione sociosanitaria da garantire con Budget di Salute, così come previsto dalle Linee Programmatiche approvate in Conferenza Stato Regioni nel 2022.

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