Alimenti ultraprocessati e mortalità prematura: uno studio compara l’impatto in otto Paesi

Ogni incremento del 10 % delle calorie da UPF è associato a un aumento del 3 % del rischio di morte per tutte le cause

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine ha esaminato per la prima volta, in modo sistematico, il legame tra alimenti ultraprocessati (UPF) e decessi prematuri in otto Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Brasile, Canada, Cile, Colombia e Messico. Il team guidato da Eduardo A. F. Nilson della Fondazione Oswaldo Cruz ha incrociato i dati sulle abitudini alimentari della popolazione con i registri ufficiali dei decessi nella fascia d’età 30–69 anni. I risultati mostrano che un aumento del 10% delle calorie giornaliere provenienti da UPF si associa a un aumento del 3% del rischio di morte prematura, legata soprattutto a patologie croniche.

Gli alimenti ultraprocessati (UPF) sono prodotti industriali pronti da consumare o riscaldare, spesso composti da ingredienti derivati da sintesi o estrazione, come amidi modificati, oli raffinati e additivi (emulsionanti, aromi, coloranti). Rientrano nel gruppo 4 della classificazione NOVA, che ordina i cibi in base al grado di trasformazione. Esempi comuni sono snack confezionati, bevande zuccherate, cereali istantanei, piatti surgelati e dolci industriali.

Questi prodotti, rispetto agli alimenti freschi o minimamente trattati, sono più poveri di fibre e nutrienti benefici, ma tendono a contenere quantità maggiori di zuccheri aggiunti, grassi saturi e sale. Per stimare quanto possano incidere sulla salute pubblica, un team guidato da Eduardo A. F. Nilson (Fondazione Oswaldo Cruz, Brasile) ha incrociato dati alimentari e anagrafici da otto Paesi (tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Brasile e Messico), stimando l’effetto degli UPF sulla mortalità prematura nella fascia 30–69 anni.

Il metodo ha combinato abitudini alimentari nazionali con dati ufficiali sui decessi, applicando funzioni di rischio tratte da studi di popolazione. Il modello ha poi ipotizzato vari scenari di riduzione del consumo per calcolare quante morti potrebbero essere evitate.

I risultati mostrano una forte variabilità tra i Paesi. Negli Stati Uniti, dove gli UPF rappresentano quasi il 60% delle calorie giornaliere, nel 2018 sarebbero stati responsabili di circa 124.000 morti premature (14% del totale tra i 30 e i 69 anni). In Colombia, dove il consumo è intorno al 15%, la quota scende al 4%. Negli altri Paesi analizzati il contributo degli UPF alla mortalità varia, ma è sempre significativo. Gli autori segnalano che nei Paesi a medio reddito, dove queste abitudini alimentari si stanno diffondendo rapidamente, l’impatto potrebbe crescere nei prossimi anni.

Secondo il team di ricerca, i danni degli UPF non dipendono solo da zuccheri, grassi e sale in eccesso, ma anche da altri aspetti legati alla lavorazione industriale: l’eliminazione della struttura naturale degli alimenti, la presenza di amidi ad alto indice glicemico, la formazione di contaminanti e l’esposizione continua ad additivi potrebbero favorire infiammazioni, alterazioni metaboliche e disturbi al microbiota intestinale.

Queste conclusioni si aggiungono a numerosi studi precedenti che collegano gli UPF a oltre 30 patologie, tra cui obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, alcuni tumori e disturbi dell’umore. Un’analisi del National Institutes of Health ha stimato, ad esempio, un aumento del 17% del rischio cardiovascolare tra chi consuma più UPF.

Per ridurre l’impatto sulla salute pubblica, gli autori suggeriscono interventi strutturali: tassazione differenziata per rendere questi prodotti meno convenienti, limiti alla pubblicità rivolta ai minori, etichette chiare sul grado di trasformazione e promozione di diete a base di cibi freschi e preparazioni casalinghe. Alcuni Paesi latinoamericani hanno già aggiornato le linee guida nutrizionali in questa direzione.

Lo studio presenta comunque dei limiti: i dati dietetici si basano su dichiarazioni dei partecipanti, e i rischi stimati derivano da studi osservazionali, che non dimostrano un legame diretto di causa-effetto. Serviranno studi clinici e di lungo periodo per chiarire meglio i meccanismi coinvolti.

Nel frattempo, gli autori dello studio ricordano che gli alimenti ultraprocessati rappresentano oggi uno dei fattori dietetici più comuni e, al tempo stesso, tra quelli su cui è possibile intervenire per migliorare la salute a livello globale. Ridurne il consumo potrebbe significare, in molti Paesi, salvare decine di migliaia di vite ogni anno.

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