Alzheimer, l’auspicio: diagnosi precoce e terapie tempestive, ma meno del 20% le riceve

Indagine Lilly: superare lo stigma, migliorare l’assistenza, garantire cure innovative

La diagnosi precoce della malattia di Alzheimer rappresenta una delle sfide più urgenti della medicina moderna: tutti dicono che andrebbe fatta, ma arriviamo sempre troppo tardi, quando la memoria è compromessa. Intercettare i segnali iniziali, come il declino cognitivo lieve (MCI) o la demenza lieve, può fare la differenza tra un percorso terapeutico efficace e una progressiva perdita di autonomia. Eppure, nonostante il consenso scientifico, meno del 20% delle persone riceve oggi una diagnosi tempestiva e accurata. È quanto emerge da una recente indagine commissionata da Lilly, che ha coinvolto 400 neurologi di Francia, Italia, Spagna e Germania, di cui 100 italiani.

Secondo l’83% dei neurologi italiani intervistati, diagnosticare precocemente l’Alzheimer è fondamentale per offrire opzioni di cura significativamente migliori. Tuttavia, il divario tra teoria e pratica resta ampio. Tra i principali ostacoli, lo stigma sociale che circonda la malattia: per il 97% degli specialisti, pazienti e familiari tendono a nascondere o minimizzare i sintomi durante le prime visite, ritardando così l’accesso alle cure.

In Italia, si stima che circa 600mila persone convivano con l’Alzheimer, mentre il numero complessivo di individui affetti da demenza supera il milione. Un dato che impone una riflessione profonda sul modello assistenziale e sull’urgenza di un approccio più proattivo. Il 75% dei neurologi ritiene che gli operatori sanitari debbano migliorare la capacità di individuare i primi sintomi, in particolare quelli legati alla memoria, già nell’ambito dell’assistenza primaria.

L’indagine Lilly evidenzia anche un forte ottimismo verso l’innovazione: il 73% degli intervistati ritiene che i nuovi farmaci avranno un impatto positivo sulla qualità della vita dei pazienti, mentre l’85% sottolinea l’importanza dell’integrazione di strumenti diagnostici avanzati nella pratica clinica. Tra questi, i biomarcatori plasmatici sono indicati dal 41% come elemento chiave per facilitare una diagnosi precoce e più precisa.

Ma per accelerare l’adozione delle innovazioni, è necessario colmare il divario tra normative e pratica clinica. La metà dei neurologi intervistati denuncia che l’attuale processo di approvazione dei trattamenti crea disparità rispetto ai Paesi con accesso più rapido alle terapie. Un accesso meno limitato ai nuovi farmaci è considerato da molti come un’opportunità decisiva per migliorare l’assistenza.

«Questa indagine evidenzia l’urgente necessità di superare lo stigma e accelerare verso una diagnosi precoce per trasformare l’assistenza», ha dichiarato Elias Khalil, presidente e amministratore delegato di Lilly Italy Hub. «In occasione del mese dedicato alla consapevolezza sull’Alzheimer, dobbiamo riconoscere di trovarci a un punto di svolta».

Il messaggio è inequivocabile: per affrontare l’Alzheimer non basta la ricerca, servono politiche lungimiranti, formazione degli operatori, strumenti diagnostici accessibili e una cultura della salute che metta al centro la persona, fin dai primi segnali. Solo così sarà possibile trasformare l’assistenza da reattiva a proattiva, offrendo ai pazienti non solo più tempo, ma una vita migliore.

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