Ipoacusia e sordità, che fare? Alla riscoperta della prevenzione

Oltre un miliardo e mezzo di persone nel mondo convivono con problemi di calo dell’udito, un inconveniente che colpisce una persona su cinque nel mondo e che peggiora con l’età. L’ipoacusia in particolare è una patologia spesso trascurata o sottovalutata. Le implicazioni non sono solo sensoriali: il calo dell’udito è associato a depressione, isolamento sociale, cadute, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. A confermarlo è uno studio pubblicato su BMJ Global Health, condotto da Duke University e Durham Medical Centre, che evidenzia come i Paesi con i livelli più elevati di deficit uditivi siano proprio quelli dove si fa minor uso di apparecchi acustici.

Veniamo al punto: la sordità è una questione sempre attuale, sempre dibattuta, va affrontata rivolgendosi ai professionisti e non può prescindere da un esame audiometrico. In questi giorni, ad esempio, assistiamo a una campagna martellante sui media televisivi, campagna che (si legge a margine del claim) si rivolge a soggetti con ipoacusia di grado lieve o moderato, e che concentra l’attenzione su un ausilio acustico integrato nelle aste degli occhiali. Un altro spot televisivo che vediamo spesso in queste ultime settimane concentra l’attenzione su una tipologia di telefono mobile dotato di amplificatore, pensato così per venire incontro ai deficit uditivi delle persone anziane. Facciamo ora un passo indietro. In primavera, un evento promosso in Senato dalla Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale (SIOeChCF) e dalla Società Italiana di Audiologia e Foniatria (SIAF), in collaborazione con associazioni di pazienti e familiari, ha cercato di colmare un vuoto informativo. L’iniziativa, che rientrava nel programma della Giornata Mondiale dell’Udito indetta dall’Oms, ha incluso screening gratuiti, eventi pubblici e attività di sensibilizzazione su scala nazionale.

«Gli ambiti di patologia di cui la sordità può essere sintomo sono molteplici», ha spiegato il Professor Marco Radici. «Si va dalle malattie genetiche ed ereditarie come l’otosclerosi, alle otiti croniche, alle infezioni virali come la meningite, fino ai tumori benigni del nervo acustico. Il rapporto medico-paziente è cruciale per una diagnosi precoce, ma molte persone arrivano tardi, con conseguenze non sempre rimediabili. È fondamentale intervenire sulle cause e non solo sui sintomi».

La sordità non risparmia nessuna fascia d’età. L’esposizione prolungata a rumori intensi rappresenta un fattore di rischio crescente anche per i giovani. Informare le nuove generazioni sull’uso corretto dei dispositivi di protezione uditiva è una priorità. Ma è soprattutto tra gli anziani che si concentrano le evidenze. «Il 30% degli over 70 presenta una riduzione della capacità uditiva», ha ricordato il Professor Nicola Quaranta. «Studi recenti dimostrano che l’ipoacusia in età adulta è un fattore di rischio modificabile per il decadimento cognitivo. La diagnosi e il trattamento precoce con protesi acustiche o impianti cocleari possono rallentare e persino prevenire il declino cognitivo».

In questo consesso scientifico si è fatta avanti la proposta di istituire un Osservatorio Nazionale sulla Sordità. A sollevare la questione è stato il Professor Domenico Cuda, che ha sottolineato l’urgenza di affrontare il problema con competenza specialistica e visione sistemica. «Dobbiamo prestare attenzione ai dati e ai trend in crescita. Attualmente, meno del 20% di chi potrebbe trarre beneficio dalle cure per la sordità è in condizione o decide di farlo. Serve un organismo che riunisca non solo i professionisti, ma tutti gli stakeholder coinvolti: istituzioni, associazioni, pazienti, tecnici. Solo così potremo garantire una gestione adeguata di questa sfida in continua evoluzione».

Ipoacusia e sordità, dunque, non sono solo deficit sensoriali, ma condizioni che incidono profondamente sulla qualità della vita, sull’autonomia, sulle relazioni e sulla salute mentale. È tempo di riconoscere la nosografia come tale, tempo di investire nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nell’accesso alle cure. E soprattutto, è tempo di ascoltare chi non può più sentire.

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