Gli studi di Alice Soragni, alla guida dell’Iniziativa di Precisione Funzionale del Centro di Medicina Personalizzata americano. Un percorso umano e scientifico che unisce idealmente il polo biomedicale emiliano agli Stati Uniti
La scienza, il più delle volte, richiede un lungo viaggio che partendo da luoghi remoti e familiari approda nei centri di ricerca dove si gettano le basi per i grandi progressi della medicina. È un percorso fatto di intuizioni, tentativi, frustrazioni e scoperte che forgiano il destino delle persone. E spesso, dietro le innovazioni, ci sono storie di persone che hanno fatto scelte coraggiose per inseguire domande più grandi di noi. Una di queste storie porta il nome di Alice Soragni, che oggi manda avanti progetti pionieristici nell’oncologia di precisione negli Stati Uniti. A ricordarlo è un articolo di Viviana Bruschi pubblicato sull’Indicatore Mirandolese, un testo che rievoca la visita della professoressa Soragni al Tecnopolo “Mario Veronesi” nel 2019, quando era ancora un volto poco noto al grande pubblico. All’epoca era una promettente ricercatrice italiana all’estero, figlia di Raimondo Soragni, ex sindaco di Finale Emilia, quindi per certi versi una portabandiera del polo biomedicale modenese.
Oggi, sette anni dopo quella rimpatriata, lei si è affermata come una delle figure più interessanti nel campo dei tumori rari, dirige l’Iniziativa di Medicina di Precisione Funzionale del Centro di Medicina Personalizzata del Colorado (CCPM), ed è professore ordinario all’Università del Colorado Anschutz. Negli Usa ha perfezionato la tecnologia degli organoidi, minuscoli “avatar” derivati da campioni biologici del paziente che permettono di testare rapidamente molte terapie antitumorali senza esporre la persona a trattamenti inefficaci o controindicati.
Laurea con lode in Biotecnologie molecolari industriali all’Alma Mater di Bologna, un dottorato in Chimica Fisica a Zurigo, poi l’arrivo alla UCLA, Università di California a Los Angeles, nel 2011. È lì che Alice Soragni getta le basi del suo laboratorio e sviluppa la piattaforma “mini ring”, un sistema miniaturizzato ad alto rendimento che permette di osservare come un tumore risponde a decine di terapie in tempi compatibili con le esigenze della pratica clinica.
“Quello che mi appassiona di più – racconta – è la possibilità di costruire un programma in cui rapidità e rigore scientifico sono al servizio dei pazienti che hanno urgente bisogno di opzioni terapeutiche migliori”. Il cuore del lavoro è semplice da spiegare, ma rivoluzionario nei risultati: da un piccolo frammento di tessuto tumorale, ottenuto durante un prelievo, il team è in grado di generare migliaia di organoidi in meno di una settimana. Copie viventi del tumore, che si comportano come l’originale e permettono ai ricercatori di capire quali protocolli funzionano in misura ottimale, incluse le immunoterapie. È questo un modo nuovo di esercitare la medicina di precisione: non più basata solo sul profilo genetico del tumore, ma sulla sua risposta reale ai farmaci. Una sorta di “prova generale” che avviene in laboratorio, prima di avviare un nuovo ciclo di terapie. Per chi affronta tumori rari, avanzati o refrattari, significa guadagnare tempo prezioso e ridurre i margini di incertezza.
“Stiamo tracciando un percorso – ha spiegato la ricercatrice – per supportare i medici nel loro processo decisionale, fornendo dati che favoriscano l’identificazione delle migliori opzioni di trattamento per pazienti con tumori rari e avanzati”. A rendere possibile tutto questo, aggiunge, è l’infrastruttura del Centro di Medicina Personalizzata del Colorado, “un luogo dove esiste un impegno istituzionale reale verso l’innovazione e sistemi pronti a portare rapidamente questa scienza al livello successivo”. “Per me è fondamentale offrire opzioni dove ce ne sono poche”, aggiunge. “I tumori rari e aggressivi lasciano spesso i clinici con più domande che risposte, ed è qui che i test funzionali possono aprire nuove strade. Non stiamo solo generando dati: stiamo tracciando un percorso verso decisioni cliniche guidate da evidenze reali”.
Gli organoidi possono essere generati da molti tipi di tumore, e il laboratorio americano è particolarmente noto per il lavoro sui tumori rari, dove i modelli di ricerca sono scarsi o inesistenti. Dunque, il team continuerà a concentrarsi su queste patologie, collaborando anche ai programmi dedicati ai tumori pancreatici, cerebrali e metastatici. Alice Soragni, PhD, si prodiga nei programmi traslazionali finalizzati a tradurre la biologia dei tumori in uno strumento concreto per la clinica, unendo rigore scientifico, sensibilità e rispetto dei valori umani. È anche la storia di un talento che, pur essendo ormai del tutto integrata nel sistema americano, mantiene un legame profondo con la sua terra d’origine. E dimostra come la scienza possa diventare un ponte tra mondi diversi, capace di restituire speranza a quanti ne hanno più bisogno.





